Traduzione di Paragrafo 13, Libro 14 di Tacito

Versione originale in latino


Cunctari tamen in oppidis Campaniae, quonam modo urbem ingrederetur, an obsequium senatus, an studia plebis reperiret anxius. Contra deterrimus quisque, quorum non alia regia fecundior extitit, invisum Agrippinae nomen et morte eius accensum populi favorem disserunt: iret intrepidus et venerationem sui coram experiretur; simul praegredi exposcunt. Et promptiora quam promiserant inveniunt, obvias tribus, festo cultu senatum, coniugum ac liberorum agmina per sexum et aetatem disposita, exstructos, qua incederet, spectaculorum gradus, quo modo triumphi visuntur. Hinc superbus ac publici servitii victor Capitolium adiit, grates exsolvit, seque in omnes libidines effudit, quas male coercitas qualiscumque matris reverentia tardaverat.

Traduzione all'italiano


Nerone però s'attardava nelle città della Campania, preoccupato del suo ingresso in Roma; avrebbe trovato l'ossequio del senato e le simpatie della plebe? Ma la feccia dei cortigiani - di cui nessuna altra corte vide abbondanza maggiore - gli assicura che il nome di Agrippina era detestato e che, dopo la sua morte, il favore del popolo s'era ravvivato: entrasse senza paura a sperimentare di persona quanto lo veneravano. E intanto gli chiedono di precederlo, e trovano accoglienze più entusiastiche di quanto promesso: le tribù pronte a muovergli incontro, il senato in abiti solenni, file di donne e di ragazzi, disposte per sesso ed età, tribune già costruite, per assistere al suo passaggio, come per lo spettacolo dei trionfi. Quindi Nerone, superbo e vincitore sul servilismo generale, s'avviò al Campidoglio, rese grazie agli dèi e diede sfogo a tutte le voglie che, per quanto imbrigliate senza molto successo, il riguardo, qualunque fosse, per la madre aveva, se non altro, contenute.