Traduzione di Paragrafo 12, Libro 14 di Tacito

Versione originale in latino


Miro tamen certamine procerum decernuntur supplicationes apud omnia pulvinaria, utque Quinquatrus, quibus apertae insidiae essent, ludis annuis celebrarentur, aureum Minervae simulacrum in curia et iuxta principis imago statuerentur, dies natalis Agrippinae inter nefastos esset. Thrasea Paetus silentio vel brevi adsensu priores adulationes transmittere solitus ex[ii] tum senatu, ac sibi causam periculi fecit, ceteris libertatis initium non praebuit. Prodigia quoque crebra et inrita intercessere: anguem enixa mulier, et alia in concubitu mariti fulmine exanimata; iam sol repente obscuratus et tactae de caelo quattuordecim urbis regiones. Quae adeo sine cura deum eveniebant, ut multos post[ea] annos Nero imperium et scelera continuaverit. Ceterum quo gravaret invidiam matris eaque demota auctam lenitatem suam testificaretur, feminas inlustres Iuniam et Calpurniam, praetura functos Valerium Capitonem et Licinium Gabolum sedibus patriis reddidit, ab Agrippina olim pulsos. Etiam Lolliae Paulinae cineres reportari sepulcrumque exstrui permisit; quosque ipse nuper relegaverat Iturium et Calvisium poena exsolvit. Nam Silana fato functa erat, longinquo ab exilio Tarentum regressa labante iam Agrippina, cuius inimicitiis conciderat, vel [tamen] mitigata.

Traduzione all'italiano


Eppure fu stupefacente la gara tra le personalità più autorevoli, per decidere ringraziamenti solenni in tutti i templi degli dèi, celebrare le Quinquatrie - durante le quali s'era sventato il complotto - con giochi annui, veder collocata nella curia una statua d'oro di Minerva e, accanto, quella del principe e inserire, infine, il giorno natale di Agrippina tra i nefasti. Trasea Peto,pur solito a lasciar passare sotto silenzio o con un rapido assenso le precedenti adulazioni, uscì allora dal senato, creando a sé un'occasione di rovina ma non un primo segno di libertà per gli altri. Seguirono anche numerosi prodigi, tutti senza effetto: una donna partorì un serpente, un'altra fu uccisa dal fulmine durante l'amplesso col marito; il sole si oscurò d'improvviso e i quattordici quartieri di Roma vennero colpiti dalla folgore. Tanto poco, in questi eventi, si dispiegava l'attenzione degli dèi, che per tanti anni ancora continuò Nerone a tenere l'impero e a seminare delitti. Per rendere più profonda l'ostilità verso la madre e attestare la sua accresciuta clemenza, richiamò in patria, dopo la scomparsa di Agrippina, due nobildonne, Giunia e Calpurnia, e gli ex pretori Valerio Capitone e Licinio Gabolo, esiliati in passato da Agrippina. Consentì anche che si riportassero a Roma le ceneri di Lollia Paolina e la costruzione, per lei, di un sepolcro; a Iturio e Calvisio, che poco prima aveva personalmente mandato al confino, condonò la pena. Quanto a Silana, era morta a Taranto, al suo ritorno da un esilio lontano, quando Agrippina, al cui astio personale Silana doveva la propria disgrazia, vedendo vacillare la propria potenza, s'era in qualche modo addolcita.