Traduzione di Paragrafo 27 - Traduzione 2, Libro 13 di Tacito

Versione originale in latino


Disserebatur contra: paucorum culpam ipsis exitiosam esse debere, nihil universorum iuri derogandum; quippe late fusum id corpus. Hinc plerumque tribus, decurias, ministeria magistratibus et sacerdotibus, cohortes etiam in urbe conscriptas; et plurimis equitum, plerisque senatoribus non aliunde originem trahi: si separarentur libertini, manifestam fore penuriam ingenuorum. Non frustra maiores, cum dignitatem ordinum dividerent, libertatem in communi posuisse. Quin et manu mittendi duas species institutas, ut relinqueretur paenitentiae aut novo beneficio locus. Quos vindicta patronus non liberaverit, velut vinclo servitutis attineri. Dispiceret quisque merita tardeque concederet, quod datum non adimeretur. Haec sententia valuit, scripsitque Caesar senatui, privatim expenderent causam libertorum, quotiens a patronis arguerentur; in commune nihil derogarent. Nec multo post ereptus amitae libertus Paris quasi iure civili, non sine infamia principis, cuius iussu perpetratum ingenuitatis iudicium erat.

Traduzione all'italiano


Si obiettava in opposizione: la colpa di pochi doveva essere fatale per essi soli, non si doveva affatto limitare i diritti di tutti; dal momento che quella classe si era diffusa abbondantemente. Da essa per lo più erano state ricavate le tribù, le decurie, i funzionari per i magistrati e i sacerdoti, anche le coorti nella città; e a moltissimi dei cavalieri, a molti senatori l'origine non proveniva da altro luogo; se si volevano suddividere i liberti, sarebbe stata resa nota la pochezza dei cittadini liberi. Non a caso gli antenati, quando suddividevano la dignità delle classi, avevano posto in comune la libertà. Anzi era state istituite due specie di manomissione, affinché si lasciasse probabilità per il rimorso o per un nuovo beneficio. Quelli che il patrono non aveva liberati con il bastone, erano trattenuti come da un vincolo di schiavitù. Era necessario che ciascuno esaminasse bene i meriti e elargisse tardi, di modo che non si rimuovesse poi ciò che era stato concesso. Questa opinione predominò e Cesare scrisse al senato che esaminassero caso per caso la causa dei liberti ogni volta che fossero imputati dai patroni; che nulla limitassero in generale. Né molto dopo fu rimosso alla zia il liberto Paride con uno svolgimento quasi regolare, non senza disonore del principe per comando del quale era stato diretto il giudizio sulla condizione di libertà.