Traduzione di Paragrafo 6, Libro 13 di Tacito

Versione originale in latino


Fine anni turbidis rumoribus prorupisse rursum Parthos et rapi Armeniam adlatum est, pulso Radamisto, qui saepe regni eius potitus, dein profugus, tum bellum quoque deseruerat. Igitur in urbe sermonum avida, quem ad modum princeps vix septem decem annos egressus suscipere eam molem aut propulsare posset, quod subsidium in eo, qui a femina regeretur, num proelia quoque et obpugnationes urbium et cetera belli per magistros administrari possent, anquirebant. Contra alii melius evenisse disserunt, quam si invalidus senecta et ignavia Claudius militiae ad labores vocaretur, servilibus iussis obtemperaturus. Burrum tamen et Senecam multa rerum experientia cognitos; et imperatori quantum ad robur deesse, cum octavo decimo aetatis anno Cn. Pompeius, nono decimo Caesar Octavianus civilia bella sustinuerint? Pleraque in summa fortuna auspiciis et consiliis quam telis et manibus geri. Daturum plane documentum, honestis an secus amicis uteretur, si ducem amota invidia egregium quam si pecuniosum et gratia subnixum per ambitum deligeret.

Traduzione all'italiano


Verso la fine dell'anno giunsero voci allarmanti su una nuova irruzione, con saccheggio, in Armenia, ad opera dei Parti, dopo la cacciata di Radamisto, che, impossessatosi più volte di quel regno e infine scacciato, aveva allora abbandonato anche la guerra. Dunque, in Roma, città assetata di pettegolezzi, la gente si chiedeva come un principe, che aveva da poco compiuto i diciassette anni, potesse sobbarcarsi un carico tanto gravoso o allontanare il pericolo; quale affidamento si potesse trovare in lui, che era governato da una donna, e se fosse mai possibile risolvere, attraverso i precettori, anche le battaglie, gli assedi di città e le altre operazioni militari. Altri, invece, sostenevano che era meglio adesso di quando alle fatiche delle campagne militari era chiamato un debole, perché vecchio e inetto, come Claudio, sempre pronto a obbedire agli ordini dei suoi servi. Burro e Seneca almeno erano noti per la loro grande esperienza, e, quanto all'energia, ben poco doveva mancare all'imperatore, se a diciotto anni Gneo Pompeo e a diciannove Cesare Ottaviano avevano affrontato la guerra civile. Nella gestione del sommo potere - sostenevano - si opera più con gli auspici e le scelte prudenti che con le armi e le braccia. Nerone avrebbe fatto vedere chiaramente se si avvaleva o no di amici degni, qualora, messa da parte l'invidia, avesse scelto un comandante indiscutibilmente capace e non uno pieno di soldi e favorito dagli intrighi.