Traduzione di Paragrafo 57, Libro 13 di Tacito

Versione originale in latino


Eadem aestate inter Hermunduros Chattosque certatum magno proelio, dum flumen gignendo sale fecundum et conterminum vi trahunt, super libidinem cuncta armis agendi religione insita, eos maxime locos propinquare caelo precesque mortalium a deis nusquam propius audiri. Inde indulgentia numinum illo in amne illisque silvis [s]alem provenire, non ut alias apud gentes eluvie maris arescente, sed unda super ardentem arborum struem fusa ex contrariis inter se elementis, igne atque aquis, concretum. Sed bellum hermunduris prosperum, Chattis exitiosius fuit, quia victores diversam aciem marti ac Mercurio sacravere, quo voto equi viri, cuncta viva occidioni dantur. Et minae quidem hostiles in ipsos vertebant. Sed civitas Ubiorum socia nobis malo improviso adflicta est. Nam ignes terra editi villas arva vicos passim corripiebant ferebanturque in ipsa conditae nuper coloniae moenia. Neque exstingui poterant, non si imbres caderent, non [si] fluvialibus aquis aut quo alio humore, donec inopia remedii et ira cladis agrestes quidam eminus saxa iacere, dein residentibus flammis propius suggressi ictu fustium aliisque verberibus ut feras absterrebant. Postremo tegmina corpori derepta iniciunt, quanto [magis] profana et usu polluta, tanto magis oppressura ignes.

Traduzione all'italiano


In quella stessa estate, si scontrarono in una gigantesca battaglia gli Ermunduri e i Catti, per la contesa di un fiume di confine, capace di produrre molto sale. Oltre alla tendenza a risolvere tutto con le armi, ve li spingeva una credenza religiosa secondo cui quei luoghi erano i più vicini al cielo e che da nessun altro luogo gli dèi potevano ascoltare meglio le preghiere dei mortali. Ed era per la benevolenza degli dèi, se in quel fiume e in quei boschi si trovava il sale, non prodotto, come presso altri popoli, da depositi d'acqua marina evaporata, bensì risultante dal versare acqua su una catasta di legna ardente, per il combinarsi di due elementi opposti, il fuoco e l'acqua. La guerra, vittoriosa per gli Ermunduri, segnò la rovina dei Catti, perché i vincitori avevano consacrato a Marte e a Mercurio l'esercito nemico: un voto che implicava il totale massacro di uomini e cavalli, la distruzione di tutto. Le minacce dei nostri nemici si rivolgevano contro di loro. La popolazione degli Ubii, nostri alleati, subì il flagello di un male improvviso. Fiamme, uscite dal suolo, divoravano, un po' dovunque, casolari, campi, villaggi e avanzavano verso le mura della nostra colonia, da poco fondata. Era impossibile spegnerle, né se vi cadeva la pioggia, né impiegando acqua di fiume o altri liquidi, finché, constatato vano ogni rimedio, alcuni contadini, esasperati dai disastri, lanciarono sassi contro le fiamme, da lontano. Le fiamme si arrestarono; i contadini, avvicinatisi di più, le ricacciarono a colpi di bastone o d'altro, come si fa con gli animali selvatici. Si tolsero infine gli indumenti per gettarli sopra il fuoco, e quanto più erano rozzi e sudici, tanto più servivano a spegnere le fiamme.