Traduzione di Paragrafo 54, Libro 13 di Tacito

Versione originale in latino


Ceterum continuo exercituum otio fama incessit ereptum ius legatis ducendi in hostem. Eoque Frisii iuventutem saltibus aut paludibus, imbellem aetatem per lacus admovere ripae agrosque vacuos et militum usui sepositos insedere, auctore Verrito et Malori[g]e, qui nationem eam regebant, in quantum Germani regnantur. Iamque fixerant domos, semina arvis intulerant utque patrium solum exercebant, cum Dubius Avitus, accepta a Paulino provincia, minitando vim Romanam, nisi abscederent Frisii veteres in locos aut novam sedem a Caesare impetrarent, perpulit Verritum et Malorigem preces suscipere. Profectique Romam, dum aliis curis intentum Neronem opperiuntur, inter ea, quae barbaris ostentantur, intravere Pompei theatrum, quo magnitudinem populi viserent. Illic per otium (neque enim ludicris ignari oblectabantur) dum consessum caveae, discrimina ordinum, quis eques, ubi senatus, percunctantur, advertere quosdam cultu externo in sedibus senatorum: et quinam forent rogitantes, postquam audiverant earum gentium legatis id honoris datum, quae virtute et amicitia Romana praecellerent, nullos mortalium armis aut fide ante Germanos esse exclamant degrediunturque et inter patres considunt. Quod comiter a visentibus exceptum, quasi impetus antiqui et bona aemulatione. Nero civitate Romana ambos donavit, Frisios decedere agris iussit. Atque illis aspernantibus auxiliaris eques repente immissus necessitatem attulit, captis caesisve qui pervicacius restiterant.

Traduzione all'italiano


L'inattività prolungata degli eserciti lasciò germinare la convinzione che ai legati fosse stata tolta l'autorità di guidare spedizioni contro il nemico. Perciò i Frisi fecero avvicinare, per boschi e paludi, i giovani, e, attraverso i laghi, i non atti alle armi, fino alla riva del Reno, per insediarsi nei campi liberi e destinati all'esercito romano. L'iniziativa era di Verrito e Malorige, allora regnanti su quel popolo, per quanto sia possibile regnare sui Germani. Vi avevano già alzato le loro dimore, gettato le sementi nei campi e consideravano quella terra come patria, quando Dubio Avito, succeduto a Paolino nella provincia, minacciando un intervento di Roma, se i Frisi non fossero rientrati nelle antiche sedi o in una nuova, eventualmente ottenuta da Cesare, spinse Verrito e Malorige ad avanzare la richiesta a Roma. Vi si recarono e, mentre attendono d'essere ricevuti da Nerone, occupato in altri problemi, furono condotti, fra le altre opere esibite agli occhi dei barbari, nel teatro di Pompeo, per constatare l'immensità della folla. Lì, mentre per distrarsi (non conoscevano gli spettacoli teatrali e non si divertivano) si informavano del pubblico sulle gradinate, dei settori riservati alle varie categorie, chiedendo dove fossero i cavalieri e dove il senato, scorsero alcuni in abbigliamento straniero tra i posti dei senatori. Chiesero chi fossero e, alla risposta che quell'onore era concesso agli ambasciatori dei popoli che si segnalavano per valore e amicizia verso il popolo romano, esclamarono che non vi era nessuno capace di superare, in valore e fedeltà, i Germani; si alzano e vanno a sedere fra i senatori. Il gesto fu accolto con simpatia dai presenti, come segno di spontaneità primitiva e di generosa emulazione. Nerone li insignì entrambi della cittadinanza romana, ma ordinò ai Frisi di lasciare il territorio. Al loro rifiuto, vi furono costretti da un rapido invio di cavalieri ausiliari, che presero o uccisero chi opponeva maggiore resistenza.