Traduzione di Paragrafo 50, Libro 13 di Tacito

Versione originale in latino


Eodem anno crebris populi flagitationibus, immodestiam publicanorum arguentis, dubitavit Nero, an cuncta vectigalia omitti iuberet idque pulcherrimum donum generi mortalium daret. Sed impetum eius, multum prius laudata magnitudine animi, attinuere seniores, dissolutionem imperii docendo, si fructus, quibus res publica sustineretur, deminuerentur: quippe sublatis portoriis sequens, ut tributorum abolitio expostularetur. Plerasque vectigalium societates a consulibus et tribunis plebis constitutas acri etiam tum populi Romani libertate; reliqua mox ita provisa, ut ratio quaestuum et necessitas erogationum inter se congruere[nt]. Temperandas plane publicanorum cupidines, ne per tot annos sine querela tolerata novis acerbitatibus ad invidiam verterent.

Traduzione all'italiano


Nel medesimo anno, di fronte alle ripetute proteste popolari contro l'esosità dei pubblicani, Nerone fu in dubbio, se disporre l'abolizione di tutte le imposte e fare questo bellissimo dono al genere umano. Ma i senatori, non senza aver prima lodato la sua magnanimità, frenarono questo gesto impulsivo, prospettandogli la dissoluzione dell'impero, se fossero venuti meno i proventi su cui si reggeva lo stato: perché, dopo l'abolizione dei dazi, sarebbe subito seguita la richiesta di abolire i tributi. Spiegavano che le società per appaltare imposte erano state fondate, nella maggior parte dei casi, dai consoli e dai tribuni della plebe, quando la libertà del popolo romano era ancora vitale; e che i provvedimenti successivi erano stati intesi a pareggiare il bilancio delle entrate e la necessità delle spese. Bisognava comunque contenere la rapacità dei pubblicani, perché oneri, sopportati tanti anni senza proteste, non si trasformassero, con le recenti vessazioni, in motivi di odio.