Traduzione di Paragrafo 3, Libro 13 di Tacito

Versione originale in latino


Die funeris laudationem eius princeps exorsus est, dum antiquitatem generis, consulatus ac triumphos maiorem enumerabat, intentus ipse et ceteri; liberalium quoque artium commemoratio et nihil regente eo triste rei publicae ab externis accidisse pronis animis audita: postquam ad providentiam sapientiamque flexit, nemo risui temperare, quamquam oratio a Seneca composita multum cultus praeferret, ut fuit illi viro ingenium amoenum et temporis eius auribus accommodatum. Adnotabant seniores quibus otiosum est vetera et praesentia contendere, primum ex iis, qui rerum potiti essent, Neronem alienae facundiae eguisse. Nam dictator Caesar summis oratoribus aemulus; et Augusto prompta ac profluens quaeque deceret principem eloquentia fuit. Tiberius artem quoque callebat, qua verba expenderet, tum validus sensibus aut consulto ambiguus. Etiam C. Caesaris turbata mens vim dicendi non corrupit; nec in Claudio, quotiens meditata dissereret, elegantiam requireres. Nero puerilibus statim annis vividum animum in alia detorsit: caelare pingere, cantus aut regimen equorum exercere; et aliquando carminibus pangendis inesse sibi elementa doctrinae ostendebat.

Traduzione all'italiano


Il giorno del funerale, Nerone pronunciò l'elogio del principe. Finché parlò dell'antica nobiltà della stirpe, enumerando consolati e trionfi degli antenati, la seria tensione dell'oratore si trasmetteva a chi lo ascoltava; anche il ricordo dei suoi studi letterari e l'asserzione che, sotto la sua guida, nessun triste evento aveva patito lo stato da forze straniere, furono ascoltati con rispetto; ma quando passò alla preveggenza e saggezza di Claudio, nessuno poté evitare di sorridere, benché il discorso, scritto da Seneca, fosse di fattura pregevole, col sigillo del suo ingegno suggestivo e sensibile al gusto contemporaneo. I più anziani, cui piace confrontare il passato col presente, osservavano che Nerone, primo fra quanti erano saliti al potere, aveva avuto bisogno dell'eloquenza altrui. Il dittatore Cesare infatti aveva gareggiato coi massimi oratori; la parola di Augusto era pronta e fluida, come s'addiceva a un principe. Tiberio conosceva anche le tecniche per misurare l'espressione, densa di contenuto a volte e deliberatamente ambigua in altre. Anche la mente malata di Gaio Cesare non aveva compromesso la forza delle sue parole; e Claudio non mancava di eleganza, se parlava su argomenti meditati. Nerone, fin da fanciullo, dirottò il suo vivido ingegno ad altre attività, a scolpire, a dipingere, all'esercizio del canto o dell'equitazione; talvolta, nel comporre versi, mostrava di non essere sprovvisto di cultura.