Traduzione di Paragrafo 13, Libro 13 di Tacito

Versione originale in latino


Sed Agrippina libertam aemulam, nurum ancillam aliaque eundem in modum muliebriter fremere, neque paenitentiam filii aut satietatem opperiri, quantoque foediora exprobrabat, acrius accendere, donec vi amoris subactus exueret obsequium in matrem seque [Se]necae permitteret, ex cuius familiaribus Annaeus Serenus simulatione amoris adversus eandem libertam primas adulescentis cupidines velaverat praebueratque nomen, ut quae princeps furtim mulierculae tribuebat, ille palam largiretur. Tum Agrippina versis artibus per blandimenta iuvenem adgredi, suum potius cubiculum ac sinum offerre contegendis quae prima aetas et summa fortuna expeterent. Quin et fatebatur intempestivam severitatem et suarum opum, quae haud procul imperatoriis aberant, copias tradebat, ut nimia nuper coercendo filio, ita rursum intemperanter demissa. Quae mutatio neque Neronem fefellit, et proximi amicorum metuebant orabantque cavere insidias mulieris semper atrocis, tum et falsae. Forte illis diebus Caesar inspecto ornatu, quo principium coniuges ac parentes effulserant, deligit vestem et gemmas misitque donum matri, nulla parsimonia, cum praecipua et cupita aliis prior deferret. Sed Agrippina non his instrui cultus suos, sed ceteris arceri proclamat et dividere filium, quae cuncta ex ipsa haberet.

Traduzione all'italiano


Ma Agrippina fremeva, con femminile reazione, nel vedersi come rivale una liberta e come nuora una serva, per non dire altro; e non sapendo aspettare il ravvedimento o la sazietà del figlio, quanto più lo rimproverava per il suo degradarsi, tanto più accendeva le sue voglie. Alla fine Nerone, soggiogato dalla violenza della passione, rinunciò alle forme di rispetto dovute alla madre e si affidò tutto a Seneca. Uno degli amici di questo, Anneo Sereno, fingendosi innamorato della stessa liberta, aveva coperto i primi appassionati interessamenti del giovane e aveva offerto, col suo nome, un alibi al principe, sicché appariva che fosse lui a dare apertamente alla donna quei doni che il principe di nascosto le riservava. A questo punto Agrippina mutò sistema: cercò di prendere il giovane con le lusinghe, gli offriva la sua camera e la propria compiacente protezione, per nascondere quei piaceri che l'età giovanile e la sua altissima posizione pretendevano. Arrivò ad ammettere che la sua severità era intempestiva e gli rendeva disponibili tutte le sue ricchezze, non molto inferiori a quelle dell'imperatore, di modo che, se prima s'era mostrata eccessiva nel reprimerlo, adesso era di una condiscendenza senza limiti. Ma il cambiamento non ingannò Nerone; i suoi amici più intimi però ne avevano paura e insistevano perché si guardasse dalle insidie di una donna, sempre in passato durissima e ora anche falsa. Mentre Cesare si trovava ad esaminare, in quei giorni, i corredi di cui avevano fatto sfoggio le mogli e le madri dei principi, scelse, senza risparmio alcuno, un vestito e delle pietre preziose e le mandò alla madre, offrendo, lui per primo, quello per cui altre donne avrebbero spasimato. Ma Agrippina rispose, secca, che così non si provvedeva al suo abbigliamento, ma la si privava di tutto il resto, e che il figlio divideva ciò che, intero, da lei aveva ricevuto.