Traduzione di Paragrafo 7, Libro 12 di Tacito

Versione originale in latino


Haud defuere qui certatim, si cunctaretur Caesar, vi acturos testificantes erumperent curia. Conglobatur promisca multitudo populumque Romanum eadem orare clamitat. Nec Claudius ultra expectato obvius apud forum praebet se gratantibus, senatumque ingressus decretum postulat quo iustae inter patruos fratrumque filias nuptiae etiam in posterum statuerentur. Nec tamen repertus est nisi unus talis matrimonii cupitor, Alledius Severus eques Romanus, quem plerique Agrippinae gratia impulsum ferebant. Versa ex eo civitas et cuncta feminae oboediebant, non per lasciviam, ut Messalina, rebus Romanis inludenti. Adductum et quasi virile servitium: palam severitas ac saepius superbia; nihil domi impudicum, nisi dominationi expediret. Cupido auri immensa obtentum habebat, quasi subsidium regno pararetur.

Traduzione all'italiano


Non mancarono senatori che, a gara, si slanciassero fuori dalla curia, per attestare che se Cesare avesse ancora esitato, l'avrebbero costretto con la forza. Si raccoglieva intanto una folla di varia natura a gridare che il popolo romano gli rivolgeva la stessa preghiera. Claudio non attende oltre: si presenta nel foro alla folla festante e poi, fatto il suo ingresso in senato, chiede un decreto che legittimi, anche per il futuro, le nozze tra lo zio e la figlia del fratello. Peraltro non si trovò che un solo aspirante a tal genere di nozze: il cavaliere romano Alledio Severo, indotto a tale scelta, secondo i più, dal desiderio di ingraziarsi Agrippina. Da quel momento lo stato risultò completamente cambiato: tutto si muoveva al cenno di una donna, e non una donna che, come Messalina, giocherellava con la politica di Roma: era una servitù dura e imposta con energia virile. Severa e più spesso superba nel suo volto ufficiale: assolutamente pudica nella sfera privata, a meno che ciò non intralciasse le sue mire di potenza. Alla sua sete d'oro dava questa giustificazione: di destinarlo a strumento per l'esercizio del potere.