Traduzione di Paragrafo 54, Libro 12 di Tacito

Versione originale in latino


At non frater eius, cognomento Felix, pari moderatione agebat, iam pridem Iudaeae impositus et cuncta malefacta sibi impune ratus tanta potentia subnixo. Sane praebuerant Iudaei speciem motus orta seditione, postquam [...] congnita caede eius haud obtemperatum esset, manebat metus ne quis principum eadem imperitaret. Atque interim Felix intempestivis remediis delicta accendebat, aemulo ad deterrima Ventidio [Cumano], cui pars provinciae habebatur, ita divisis ut huic Galilaeorum natio, Felici Samaritae parerent, discordes olim et tum contemptu regentium minus coercitis odiis. Igitur raptare inter se, immittere latronum globos, componere insidias et aliquando proeliis congredi, spoliaque et praedas ad procuratores referre. Hique primo laetari, mox gliscente pernicie cum arma militum interiecissent, caesi milites; arsissetque bello provincia, ni Quadratus Syriae rector subvenisset. Nec diu adversus Iudaeos, qui in necem militum proruperant, dubitatum quin capite poenas luerent: Cumanus et Felix cunctationem adferebant, quia Claudius causis rebellionis auditis ius statuendi etiam de procuratoribus dederat. Sed Quadratus Felicem inter iudices ostentavit, receptum in tribunal, quo studia accusantium deterrerentur; damnatusque flagitiorum quae duo deliquerant Cumanus, et quies provinciae reddita.

Traduzione all'italiano


Con altrettanta moderazione non si comportava suo fratello, di nome Felice, che già in precedenza era stato mandato a governare la Giudea e che, protetto dallo strapotere del fratello, pensava di aver garantita, per ogni suo misfatto, l'impunità. Certo i Giudei avevano dato segni di rivolta con una sommossa in seguito [all'ordine di Caligola di collocare una sua statua nel tempio, e benché], appresa la sua uccisione, non avessero obbedito, restava il timore che un altro imperatore potesse dare loro il medesimo ordine. Nel frattempo Felice, con provvedimenti intempestivi, dava esca a nuove trasgressioni, eguagliato nella pessima amministrazione da Ventidio Cumano, responsabile di una parte della provincia, divisa in modo che questi governasse la gente di Galilea, Felice quella di Samaria: popolazioni che, in conflitto fra loro già in passato, anche allora liberavano più accanita la loro rivalità, nel comune disprezzo di chi li governava. Perciò si depredavano a vicenda, lanciavano bande di predoni, si tendevano imboscate, fino ad affrontarsi in scontri armati, per poi portare spoglie e preda ai rispettivi governatori. Costoro dapprima ne furono felici, poi, col grave deteriorarsi della situazione, fecero intervenire i loro soldati, tra cui si ebbero dei morti. La guerra sarebbe scoppiata nell'intera provincia, se non fosse intervenuto il governatore della Siria Quadrato. Non ci furono molte esitazioni nel condannare a morte quei Giudei che avevano aggredito e ucciso i soldati. Perplessità invece nascevano con Cumano e Felice, perché Claudio, dopo una relazione sulle cause della rivolta, aveva concesso il diritto di decidere le sorti dei procuratori. Allora Quadrato fece comparire Felice, in bella evidenza, seduto fra i giudici, allo scopo di bloccare gli sfoghi degli accusatori. Per le colpe che i due avevano commesso, venne condannato il solo Cumano, e l'ordine tornò nella provincia.