Traduzione di Paragrafo 42, Libro 12 di Tacito

Versione originale in latino


Nondum tamen summa moliri Agrippina audebat, ni praetoriarum cohortium cura exolverentur Lusius Geta et Rufrius Crispinus, quos Messalinae memores et liberis eius devinctos credebat. Igitur distrahi cohortis ambitu duorum et, si ab uno regerentur, intentiorem fore disciplinam adseverante uxore, transfertur regimen cohortium ad Burrum Afranium, egregiae militaris famae, gnarum tamen cuius sponte praeficeretur. Suum quoque fastigium Agrippina extollere altius: carpento Capitolium ingredi, qui honos sacerdotibus et sacris antiquitus concessus veneratio nem augebat feminae, quam imperatore genitam, sororem eius qui rerum potitus sit et coniugem et matrem fuisse, unicum ad hunc diem exemplum est. Inter quae praecipuus propugnator eius Vitellius, validissima gratia, aetate extrema (adeo incertae sunt potentium res) accusatione corripitur, deferente Iunio Lupo senatore. Is crimina maiestatis et cupidinem imperii obiectabat; praebuissetque auris Caesar, nisi Agrippinae minis magis quam precibus mutatus esset, ut accusatori aqua atque igni interdiceret. Hactenus Vitellius voluerat.

Traduzione all'italiano


Non si arrischiava però ancora Agrippina al colpo finale prima dell'esonero dal comando delle coorti pretorie di Lusio Geta e Rufrio Crispino, che riteneva devoti alla memoria di Messalina e legati al figlio di lei. Perciò, di fronte alle categoriche asserzioni della moglie, la quale sosteneva che dalla rivalità dei due comandanti nascevano divisioni interne alle coorti, mentre sotto un unico comando la disciplina sarebbe stata più ferrea, trasferisce il controllo delle coorti ad Afranio Burro, uomo di alto prestigio militare, ma anche perfettamente consapevole per volontà di chi assumeva tale carica. Agrippina volle rendere più vistoso anche lo splendore del suo altissimo ruolo: faceva il suo ingresso in Campidoglio su un cocchio, e questo onore, riservato nei tempi antichi ai sacerdoti e alle immagini degli dèi, aumentava il prestigio di quella donna che, figlia di un comandante supremo, sorella di chi si era impadronito del potere, era, unico esempio fino a quel giorno, moglie e madre di imperatori. Ma è a questo punto che il suo principale sostenitore, Vitellio, il quale godeva di favore enorme, viene colpito, quand'era ormai in tarda età - a tal punto è incerto il destino dei potenti - da una denuncia presentata dal senatore Giunio Lupo. Lo accusava di lesa maestà e di sete di potere. Cesare l'avrebbe ascoltato, se non gli avesse fatto cambiare opinione Agrippina, più con le minacce che con le preghiere; l'accusatore venne mandato in esilio: di questo si era accontentato Vitellio.