Traduzione di Paragrafo 35, Libro 11 di Tacito

Versione originale in latino


Mirum inter haec silentium Claudi, Vitellius ignaro propior: omnia liberto oboediebant. Patefieri domum adulteri atque illuc deduci imperatorem iubet. Ac primum in vestibulo effigiem patris Silii consulto senatus abolitam demonstrat, tum quidquid avitum Neronibus et Drusis in pretium probri cessisse. Incensumque et ad minas erumpentem castris infert, parata contione militum; apud quos praemonente Narcisso pauca verba fecit: nam etsi iustum dolorem pudor impediebat. Continuus dehinc cohortium clamor nomina reorum et poenas flagitantium; admotusque Silius tribunali non defensionem, non moras temptavit, precatus ut mors acceleraretur. Eadem constantia et inlustres equites Romani [cupido maturae necis fuit.] et Titium Proculum, custodem a Silio Messalinae datum et indicium offerentem, Vettium Valentem confessum et Pompeium Urbicum ac Saufeium Trogum ex consciis tradi ad supplicium iubet. Decrius quoque Calpurnianus vigilum praefectus, Sulpicius Rufus ludi procurator, Iuncus Vergilianus senator eadem poena adfecti.

Traduzione all'italiano


Colpiva, in mezzo a tutto ciò, il silenzio di Claudio e colpiva Vitellio, che sembrava quasi un estraneo: tutto dipendeva da un liberto. Questi ordina di aprire la casa dell'adultero e di condurvi l'imperatore. Innanzitutto gli mostra, nel vestibolo, la statua del padre di Silio, che avrebbe dovuto essere rimossa, per decreto del senato, e poi l'avito patrimonio dei Neroni e dei Drusi, ceduto da Messalina come prezzo dell'adulterio. Conduce quindi Claudio, esasperato e proferente minacce, alla caserma dei pretoriani, dov'era pronta un'adunata militare. Pronunciò, davanti ai soldati, dietro suggerimento di Narcisso, poche parole: la dignità offesa gli impediva di esprimere il suo giusto dolore. Seguirono le grida delle coorti che chiedevano i nomi dei colpevoli e la loro condanna. Silio, portato alla tribuna, non volle difendersi, né cercò di prendere tempo: chiese solo di morire presto. La medesima fermezza e il desiderio di una morte rapida mostrarono alcuni cavalieri romani di rango senatorio. E così ordina di condurre al supplizio, in qualità di complici, Tizio Proculo, cui Silio aveva affidato la custodia di Messalina e che ora si offriva di fare rivelazioni, Vezzio Valente, reo confesso, Pompeo Urbico e Saufeio Trogo. Subirono la stessa pena anche Decrio Calpurniano, prefetto dei vigili notturni, Sulpicio Rufo, sovrintendente alla scuola dei gladiatori, e il senatore Giunco Vergiliano.