Traduzione di Paragrafo 25, Libro 11 di Tacito

Versione originale in latino


Orationem principis secuto patrum consulto primi Aedui senatorum in urbe ius adepti sunt. Datum id foederi antiquo et quia soli Gallorum fraternitatis nomen cum populo Romano usurpant.
Isdem diebus in numerum patriciorum adscivit Caesar vetustissimum quemque e senatu aut quibus clari parentes fuerant, paucis iam reliquis familiarum, quas Romulus maiorum et L. Brutus minorum gentium appellaverant, exhaustis etiam quas dictator Caesar lege Cassia et princeps Augustus lege Saenia sublegere; laetaque haec in rem publicam munia multo gaudio censoris inibantur. Famosos probris quonam modo senatu depelleret anxius, mitem et recens repertam quam ex severitate prisca rationem adhibuit, monendo secum quisque de se consultaret peteretque ius exuendi ordinis: facilem eius rei veniam; et motos senatu excusatosque simul propositurum ut iudicium censorum ac pudor sponte cedentium permixta ignominiam mollirent. Ob ea Vipstanus consul rettulit patrem senatus appellandum esse Claudium: quippe promiscum patris patriae cognomentum; nova in rem publicam merita non usitatis vocabulis honoranda: sed ipse cohibuit consulem ut nimium adsentantem. Condiditque lustrum quo censa sunt civium quinquagies novies centena octoginta quattuor milia septuaginta duo. Isque illi finis inscitiae erga domum suam fuit: haud multo post flagitia uxoris noscere ac punire adactus est ut deinde ardesceret in nuptias incestas.

Traduzione all'italiano


Al discorso del principe seguì un decreto del senato; gli Edui, per primi, ottennero il diritto di avere senatori a Roma. Il privilegio si spiega con un antico patto e perché, soli fra i Galli, vantavano il titolo di "fratelli del popolo romano". In quegli stessi giorni Cesare accolse nel numero dei patrizi i senatori di maggiore anzianità o quelli i cui genitori s'erano resi famosi: poche ormai erano le famiglie superstiti, che Romolo aveva chiamato delle "genti maggiori" e Lucio Bruto delle "genti minori"; e si erano estinte anche le famiglie che il dittatore Cesare con la legge Cassia e Augusto con la legge Senia avevano immesso per sostituire le prime. Tali felici scelte politiche erano iniziative di Claudio nella sua qualità di censore, e di esse molto ebbe a compiacersi. Preoccupato però anche di espellere dal senato chi era noto per le sue infamie, procedette con un metodo indolore e di recente applicazione, invece che col sistema drastico di un tempo. Era il seguente: li invitava a farsi un esame di coscienza e a chiedere la facoltà di lasciare l'ordine senatorio; il permesso era facile ottenerlo ed egli avrebbe comunicato contemporaneamente la sua proposta di rimozione dal senato e le loro dimissioni, in modo che il giudizio dei censori, combinato alla spontaneità del ritiro, avrebbe mitigato l'umiliazione. Per questo comportamento il console Vipstano propose che Claudio ricevesse l'appellativo di "padre del senato": poiché "padre della patria" era titolo troppo comune, i nuovi meriti verso lo stato non si potevano onorare con parole usuali. Ma Claudio frenò l'eccesso adulatorio del console. Portò poi a termine la cerimonia per il censimento, in cui furono calcolati cinque milioni novecento ottantaquattromila settantadue cittadini. Cessò anche di rimanere all'oscuro circa i fatti della sua famiglia: non molto dopo fu costretto a conoscere le colpe della moglie e a punirla, per poi innamorarsi e finire in nozze incestuose.