Traduzione di Paragrafo 23, Libro 11 di Tacito

Versione originale in latino


A. Vitellio L. Vipstano consulibus cum de supplendo senatu agitaretur primoresque Galliae, quae Comata appellatur, foedera et civitatem Romanam pridem adsecuti, ius adipiscendorum in urbe honorum expeterent, multus ea super re variusque rumor. Et studiis diversis apud principem certabatur adseverantium non adeo aegram Italiam ut senatum suppeditare urbi suae nequiret. Suffecisse olim indigenas consanguineis populis nec paenitere veteris rei publicae. Quin adhuc memorari exempla quae priscis moribus ad virtutem et gloriam Romana indoles prodiderit. An parum quod Veneti et Insubres curiam inruperint, nisi coetus alienigenarum velut captivitas inferatur? Quem ultra honorem residuis nobilium, aut si quis pauper e Latio senator foret? Oppleturos omnia divites illos, quorum avi proavique hostilium nationum duces exercitus nostros ferro vique ceciderint, divum Iulium apud Alesiam obsederint. Recentia haec: quid si memoria eorum moreretur qui sub Capitolio et arce Romana manibus eorundem perissent satis: fruerentur sane vocabulo civitatis: insignia patrum, decora magistratuum ne vulgarent.

Traduzione all'italiano


[48 d.C.]. Sotto il consolato di Aulo Vitellio e di Lucio Vipstano, ponendosi il problema di integrare il senato e poiché le maggiori personalità della Gallia, detta "Comata", che si erano già assicurati i diritti dei federati e della cittadinanza romana, rivendicavano il diritto di ricoprire cariche a Roma, si accesero, sull'argomento, ampie discussioni, con punti di vista diversificati. Si facevano valere davanti al principe posizioni diverse. Alcuni sostenevano che l'Italia non era così malridotta da non poter garantire un senato alla sua capitale. In passato - argomentavano - erano bastati uomini di Roma per i popoli consanguinei e non c'era da dolersi dell'antica repubblica, anzi erano ancora vivi gli esempi di valore e di gloria offerti dal carattere dei Romani, quando erano operanti in loro i primitivi valori. Non bastava forse l'irruzione nella curia di Veneti e Insubri, senza bisogno di immettervi una massa straniera, come un branco di prigionieri? Quale dignità sarebbe rimasta ai nobili che restavano o a quei senatori latini, se ancora ve n'erano, ridotti in povertà? Avrebbero occupato tutte le cariche quei ricchi, i cui avi e i cui antenati, al comando di popoli nemici, avevano massacrato i nostri eserciti e assediato il divo Giulio in Alesia? E questa era storia recente. Ma che sarebbe accaduto, se si risvegliava il ricordo di quelli che, ai piedi del Campidoglio e della rocca di Roma, erano caduti per mano degli stessi Galli? Godessero pure il nome di cittadini romani, ma non venissero svilite la dignità dei padri e il decoro delle magistrature.