Traduzione di Paragrafo 73, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Haud pigebit referre in Falanio et Rubrio, modicis equitibus Romanis, praetemptata crimina, ut quibus initiis, quanta Tiberii arte gravissimum exitium inrepserit, dein repressum sit, postremo arserit cunctaque corripuerit, noscatur. Falanio obiciebat accusator, quod inter cultores Augusti, qui per omnis domos in modum collegiorum habebantur, Cassium quendam mimum corpore infamem adscivisset, quodque venditis hortis statuam Augusti simul mancipasset. Rubrio crimini dabatur violatum periurio numen Augusti. Quae ubi Tiberio notuere, scripsit consulibus non ideo decretum patri suo caelum, ut in perniciem civium is honor verteretur. Cassium histrionem solitum inter alios eiusdem artis interesse ludis, quos mater sua in memoriam Augusti sacrasset; nec contra religiones fieri quod effigies eius, ut alia numinum simulacra, venditionibus hortorum et domuum accedant. Ius iurandum perinde aestimandum quam si Iovem fefellisset: deorum iniurias dis curae.

Traduzione all'italiano


Non sarà fuori posto ricordare i primi tentativi di incriminazione contro le persone di Falanio e Rubrio, semplici cavalieri romani, perché si sappia con quali mezzi Tiberio abbia iniziato e con quale tecnica raffinata abbia lasciato che attecchisse il fuoco di questa disastrosa rovina, e come poi sia stato soffocato, per divampare alla fine e tutto inghiottire. L'accusatore addebitava a Falanio la colpa di aver accolto tra i cultori di Augusto, esistenti in tutte le casate sotto forma di gruppo sacerdotale, un tale Cassio, un pantomimo abituato a vendere il suo corpo; e gli muoveva anche un'altra accusa, quella di avere, nella cessione di un giardino, venduto anche una statua d'Augusto. Quando Tiberio ne fu informato, scrisse ai consoli che non erano stati assegnati onori divini a suo padre, perché si risolvessero in rovina per i cittadini; che l'attore Cassio era solito partecipare con altri compagni d'arte ai giochi che sua madre Livia aveva consacrato alla memoria d'Augusto; né si configurava come reato religioso il fatto che l'effigie d'Augusto, come le statue di altre divinità, rientrassero nelle vendite di giardini e palazzi. Quanto allo spergiuro, doveva avere lo stesso valore che se avesse giurato il falso su Giove: alle offese agli dèi ci avrebbero pensato gli dèi.