Traduzione di Paragrafo 58, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Verba eius in hunc modum fuere: 'non hic mihi primus erga populum Romanum fidei et constantiae dies. Ex quo a divo Augusto civitate donatus sum, amicos inimicosque ex vestris utilitatibus delegi, neque odio patriae (quippe proditores etiam iis quos anteponunt invisi sunt), verum quia Romanis Germanisque idem conducere et pacem quam bellum probabam. Ergo raptorem filiae meae, violatorem foederis vestri, Arminium apud Varum, qui tum exercitui praesidebat, reum feci. Dilatus segnitia ducis, quia parum praesidii in legibus erat, ut me et Arminium et conscios vinciret flagitavi: testis illa nox, mihi utinam potius novissima! quae secuta sunt defleri magis quam defendi possunt: ceterum et inieci catenas Arminio et a factione eius iniectas perpessus sum. Atque ubi primum tui copia, vetera novis et quieta turbidis antehabeo, neque ob praemium, sed ut me perfidia exsolvam, simul genti Germanorum idoneus conciliator, si paenitentiam quam perniciem maluerit. Pro iuventa et errore filii veniam precor: filiam necessitate huc adductam fateor. Tuum erit consultare utrum praevaleat quod ex Arminio concepit an quod ex me genita est.' Caesar clementi responso liberis propinquisque eius incolumitatem, ipsi sedem vetere in provincia pollicetur. Exercitum reduxit nomenque imperatoris auctore Tiberio accepit. Arminii uxor virilis sexus stirpem edidit: educatus Ravennae puer quo mox ludibrio conflictatus sit in tempore memorabo.

Traduzione all'italiano


Questo fu il senso delle sue parole: "La mia costanza nella fedeltà al popolo romano non è di oggi. Da quando il divo Augusto mi ha concesso la cittadinanza, ho scelto amici e nemici in base ai vostri interessi, e non per odio verso la patria (i traditori sono abietti anche agli occhi di coloro a favore dei quali si schierano) ma perché giudicavo identici gli interessi dei Romani e dei Germani e preferibile la pace alla guerra. Perciò a Varo, allora comandante in capo dell'esercito, ho denunciato il rapitore di mia figlia, Arminio, che ha violato la vostra alleanza. Ma poiché Varo, per indolenza, non aveva preso nessuna iniziativa, non potendo appellarmi alle leggi, l'ho supplicato di imprigionare me, Arminio e i suoi complici: mi è testimone quella notte, che vorrei fosse stata l'ultima. Quel che avvenne poi si può meglio deplorare che giustificare: il fatto è che misi in catene Arminio, ma le dovetti poi subire io stesso a opera di chi lo appoggiava. E ora che mi è dato incontrarti, dichiaro subito di preferire la vecchia realtà alla nuova, la quiete ai disordini; e non per avere ricompensa ma per cancellare il sospetto di tradimento ed essere al tempo stesso mediatore efficace per il popolo dei Germani, se mai vorrà preferire il ravvedimento alla rovina. Chiedo perdono per l'errore giovanile di mio figlio; quanto a mia figlia, lo ammetto, è stata qui tratta solo da inevitabili circostanze. Toccherà a te stabilire cosa conta di più. Se aver concepito da Arminio o essere nata da me." Benevola è la risposta di Cesare Germanico, il quale promette l'incolumità ai suoi figli e parenti e a lui una dimora nell'antica provincia. Ricondusse poi indietro l'esercito e, su proposta di Tiberio, ricevette il titolo di [i]imperator[/i]. La moglie di Arminio diede alla luce un bimbo di sesso maschile: il fanciullo fu educato a Ravenna e, come sia diventato gioco della fortuna, narrerò a suo tempo.