Traduzione di Paragrafo 39, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Interea legati ab senatu regressum iam apud aram Vbiorum Germanicum adeunt. Duae ibi legiones, prima atque vicesima, veteranique nuper missi sub vexillo hiemabant. Pavidos et conscientia vaecordes intrat metus venisse patrum iussu qui inrita facerent quae per seditionem expresserant. Utque mos vulgo quamvis falsis reum subdere, Munatium Plancum consulatu functum, principem legationis, auctorem senatus consulti incusant; et nocte concubia vexillum in domo Germanici situm flagitare occipiunt, concursuque ad ianuam facto moliuntur foris, extractum cubili Caesarem tradere vexillum intento mortis metu subigunt. Mox vagi per vias obvios habuere legatos, audita consternatione ad Germanicum tendentis. Ingerunt contumelias, caedem parant, Planco maxime, quem dignitas fuga impediverat; neque aliud periclitanti subsidium quam castra primae legionis. Illic signa et aquilam amplexus religione sese tutabatur, ac ni aquilifer Calpurnius vim extremam arcuisset, rarum etiam inter hostis, legatus populi Romani Romanis in castris sanguine suo altaria deum commaculavisset. Luce demum, postquam dux et miles et facta noscebantur, ingressus castra Germanicus perduci ad se Plancum imperat recepitque in tribunal. Tum fatalem increpans rabiem, neque militum sed deum ira resurgere, cur venerint legati aperit; ius legationis atque ipsius Planci gravem et immeritum casum, simul quantum dedecoris adierit legio, facunde miseratur, attonitaque magis quam quieta contione legatos praesidio auxiliarium equitum dimittit.

Traduzione all'italiano


Intanto la delegazione inviata dal senato si presenta a Germanico, già rientrato, presso la capitale degli Ubii. Svernavano qui due legioni, la prima e la ventesima insieme ai veterani da poco passati alla riserva. Spaventati ed esaltati dalla consapevolezza delle proprie azioni, son presi dalla paura che la delegazione, per ordine del senato, sia venuta ad annullare le concessioni imposte con la rivolta. E, come fa sempre la folla che inventa un responsabile anche per colpe immaginarie, accusano Munazio Planco, ex console e capo missione, di essere stato l'ispiratore del provvedimento del senato. Nel pieno della notte cominciano a reclamare il vessillo collocato nell'alloggio di Germanico e, accorrendo in massa alla porta, forzano i battenti, lo costringono a scendere dal letto e gli impongono, dietro minaccia di morte, di consegnare loro il vessillo. Subito dopo, mentre si aggirano per le vie, si imbattono negli uomini della missione che, udito lo scompiglio, accorrevano da Germanico. Li coprono di ingiurie, pronti a una strage, ostili in particolare a Planco, cui la dignità della carica aveva impedito di fuggire. Nel pericolo, non gli restava altro rifugio che l'accampamento della prima legione. Là, abbracciate le insegne e l'aquila, cercava protezione nella loro sacralità, ma se l'aquilifero Calpurnio non avesse impedito l'assassinio, un rappresentante del popolo romano - cosa rara anche tra i nemici - avrebbe, in un campo romano, macchiato col suo sangue gli altari degli dèi. Quando finalmente alla luce del giorno si poterono riconoscere il comandante, i soldati, i fatti accaduti, Germanico entra nel campo e ordina che gli sia condotto Planco e lo accoglie sulla tribuna. Allora, imprecando contro quel cieco furore voluto certamente dal destino e riesploso non per l'ira dei soldati ma dei numi, spiega perché sia venuta la delegazione, deplora con ferma eloquenza la violazione del diritto di un'ambasceria, il grave e immeritato rischio corso dallo stesso Planco, oltre al disonore di cui si è ricoperta la legione. Lasciando l'assemblea più attonita che calma, fa ripartire i legati con una scorta di cavalieri alleati.