Traduzione di Paragrafo 28, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Noctem minacem et in scelus erupturam fors lenivit: nam luna claro repente caelo visa languescere. Id miles rationis ignarus omen praesentium accepit, suis laboribus defectionem sideris adsimulans, prospereque cessura qua pergerent si fulgor et claritudo deae redderetur. Igitur aeris sono, tubarum cornuumque concentu strepere; prout splendidior obscuriorve laetari aut maerere; et postquam ortae nubes offecere visui creditumque conditam tenebris, ut sunt mobiles ad superstitionem perculsae semel mentes, sibi aeternum laborem portendi, sua facinora aversari deos lamentantur. Utendum inclinatione ea Caesar et quae casus obtulerat in sapientiam vertenda ratus circumiri tentoria iubet; accitur centurio Clemens et si alii bonis artibus grati in vulgus. Hi vigiliis, stationibus, custodiis portarum se inserunt, spem offerunt, metum intendunt. 'quo usque filium imperatoris obsidebimus? Quis certaminum finis? Percennione et Vibuleno sacramentum dicturi sumus? Percennius et Vibulenus stipendia militibus, agros emeritis largientur? Denique pro Neronibus et Drusis imperium populi Romani capessent? Quin potius, ut novissimi in culpam, ita primi ad paenitentiam sumus? Tarda sunt quae in commune expostulantur: privatam gratiam statim mereare, statim recipias.' commotis per haec mentibus et inter se suspectis, tironem a veterano. Legionem a legione dissociant. Tum redire paulatim amor obsequii: omittunt portas, signa unum in locum principio seditionis congregata suas in sedes referunt.

Traduzione all'italiano


Quella notte, carica di tensione e vicina a esplodere in fatti di sangue, passò, solo per puro caso, tranquilla. Si vide infatti la luna appannarsi d'improvviso nel cielo sereno. I soldati, ignorando la causa del fenomeno, lo intesero come prodigio riferito alla situazione presente: videro nell'eclissi dell'astro un emblema dei propri travagli e si attendevano invece un successo della loro iniziativa, se fosse tornata a splendere luminosa la dea. Con strepito dunque di bronzi, con suoni di tube e di corni levavano un grande fracasso, entusiasti o angosciati secondo il farsi della luna più lucente o più scura. E quando delle nuvole, alzatesi, la sottrassero alla vista e la si poté credere inghiottita dalle tenebre - facili come sono le menti, una volta suggestionate, alla superstizione - gemono il preannunciarsi, per loro, di un travaglio interminabile e l'avversione degli dèi ai loro misfatti. Volle sfruttare Cesare Druso il loro mutamento di spirito e utilizzare al meglio l'occasione offertagli dal caso, mandando fra le tende i suoi uomini: convoca il centurione Clemente e quant'altri erano graditi, per la loro condotta, ai soldati. Costoro si infiltrano tra le sentinelle, nei corpi di guardia, tra gli uomini che controllavano gli ingressi al campo: fanno balenare speranze ed esasperano la paura. "Fino a quando terremo assediato il figlio dell'imperatore? Ci sarà una fine a questo conflitto? Dovremo giurare obbedienza a Percennio e a Vibuleno? Saranno loro a distribuire le paghe alla truppa e i campi ai congedati? Loro a reggere l'impero del popolo romano al posto dei Neroni e dei Drusi? Perché non essere, come gli ultimi nella colpa, i primi a pentirsi? Sono lente a venire le cose che si chiedono per le masse: sul piano personale invece un favore lo si può meritare subito e subito ricevere." Fecero colpo questi discorsi sugli animi già in sospetto reciproco: le reclute si staccarono dai veterani, una legione dall'altra. Riprende, poco alla volta, il senso della disciplina: sciolgono i blocchi disposti alle porte del campo e riportano alle loro sedi le insegne che, all'inizio della rivolta, avevano raccolto in un unico punto.