Traduzione di Paragrafo 13, Libro 1 di Tacito

Versione originale in latino


Post quae L. Arruntius haud multum discrepans a Galli oratione perinde offendit, quamquam Tiberio nulla vetus in Arruntium ira: sed divitem, promptum, artibus egregiis et pari fama publice, suspectabat. Quippe Augustus supremis sermonibus cum tractaret quinam adipisci principem locum suffecturi abnuerent aut inpares vellent vel idem possent cuperentque, M'. Lepidum dixerat capacem sed aspernantem, Gallum Asinium avidum et minorem, L. Arruntium non indignum et si casus daretur ausurum. De prioribus consentitur, pro Arruntio quidam Cn. Pisonem tradidere; omnesque praeter Lepidum variis mox criminibus struente Tiberio circumventi sunt. Etiam Q. Haterius et Mamercus Scaurus suspicacem animum perstrinxere, Haterius cum dixis set 'quo usque patieris, Caesar, non adesse caput rei publicae?' Scaurus quia dixerat spem esse ex eo non inritas fore senatus preces quod relationi consulum iure tribuniciae potestatis non intercessisset. In Haterium statim invectus est; Scaurum, cui inplacabilius irascebatur, silentio tramisit. Fessusque clamore omnium, expostulatione singulorum flexit paulatim, non ut fateretur suscipi a se imperium, sed ut negare et rogari desineret. Constat Haterium, cum deprecandi causa Palatium introisset ambulantisque Tiberii genua advolveretur, prope a militibus interfectum quia Tiberius casu an manibus eius inpeditus prociderat. Neque tamen periculo talis viri mitigatus est, donec Haterius Augustam oraret eiusque curatissimis precibus protegeretur.

Traduzione all'italiano


Dopo di che, Lucio Arrunzio, con un intervento non molto diverso da quello di Gallo, lo urtò allo stesso modo, benché Tiberio non avesse precedenti motivi di rancore verso Arrunzio: ma lo aveva in sospetto perché ricco, deciso, pieno di doti e, conseguentemente, stimato da tutti. Il fatto è che Augusto, discorrendo nelle sue ultime conversazioni su chi, pur avendo le capacità di assumere il ruolo di principe, l'avrebbe rifiutato, o su chi, non all'altezza, pure vi aspirasse, e ancora su chi avesse capacità e disponibilità, aveva definito Marco Lepido capace ma indifferente, Asinio Gallo voglioso ma insieme impari, Lucio Arrunzio non indegno e, all'occasione, capace di osare. C'è accordo sui nomi dei primi due, ma altre fonti parlano di Gneo Pisone al posto di Lucio Arrunzio; e tutti, salvo Lepido, furono poi oggetto di varie accuse: trappole tese da Tiberio. Anche Quinto Aterio e Mamerco Scauro ferirono quell'animo sospettoso: Aterio per aver detto "Fin quando, Cesare, consentirai che lo stato non abbia un capo?"; Scauro, per aver dichiarato di nutrire la speranza che le preghiere del senato non sarebbero cadute nel vuoto, proprio dal fatto che Tiberio non aveva opposto il suo veto, come pure poteva in forza della potestà tribunicia, alla proposta dei consoli. Contro Aterio reagì subito duramente; Scauro, contro cui covava un rancore più implacabile, lo ignorò senza degnarlo di una parola. Infine, stanco delle grida di tutti, si piegò poco a poco alle insistenze dei singoli fino al punto, non di ammettere di voler prendere il potere, ma se non altro di smettere di rifiutare e di farsi pregare. Si dà per certo che Aterio, entrato nel palazzo imperiale per chiedere perdono, nel tentativo di abbracciare le ginocchia di Tiberio mentre stava passando, per poco non fu ucciso dai soldati, perché Tiberio, o accidentalmente oppure perché impedito dalle mani di Aterio, era caduto. Neppure il rischio corso da un uomo così importante valse a placarlo, finché Aterio non andò a pregare Livia Augusta, la quale, dietro premurosa intercessione, riuscì a proteggerlo.