Tacito - Agricola - 37

Versione originale in latino


Et Britanni, qui adhuc pugnae expertes summa collium insederant et paucitatem nostrorum vacui spernebant, degredi paulatim et circumire terga vincentium coeperant, ni id ipsum veritus Agricola quattuor equitum alas, ad subita belli retentas, venientibus opposuisset, quantoque ferocius adcucurrerant, tanto acrius pulsos in fugam disiecisset. Ita consilium Britannorum in ipsos versum, transvectaeque praecepto ducis a fronte pugnantium alae aversam hostium aciem invasere. Tum vero patentibus locis grande et atrox spectaculum: sequi, vulnerare, capere, atque eosdem oblatis aliis trucidare. Iam hostium, prout cuique ingenium erat, catervae armatorum paucioribus terga praestare, quidam inermes ultro ruere ac se morti offerre. Passim arma et corpora et laceri artus et cruenta humus; et aliquando etiam victis ira virtusque. Nam postquam silvis adpropinquaverunt, primos sequentium incautos collecti et locorum gnari circumveniebant. Quod ni frequens ubique Agricola validas et expeditas cohortis indaginis modo et, sicubi artiora erant, partem equitum dimissis equis, simul rariores silvas equitem persultare iussisset, acceptum aliquod vulnus per nimiam fiduciam foret. Ceterum ubi compositos firmis ordinibus sequi rursus videre, in fugam versi, non agminibus, ut prius, nec alius alium respectantes: rari e vitabundi in vicem longinqua atque avia petiere. Finis sequendi nox et satietas fuit. Caesa hostium ad decem milia: nostrorum trecenti sexaginta cecidere, in quis Aulus Atticus praefectus cohortis, iuvenili ardore et ferocia equi hostibus inlatus.

Traduzione all'italiano


Quei Britanni che sino allora erano rimasti nella parte alta dei colli senza combattere e, perché non impegnati, disprezzavano l'esiguo numero dei nostri, avevano cominciato a scendere poco alla volta e ad accerchiare i nostri che avanzavano vincitori. Ma Agricola, accortosi del pericolo, mandò a fronteggiarli quattro ali di cavalleria, tenute di riserva per l'emergenza, e li ributtò disordinati in una fuga tanto più impetuosa, quanto maggiore era stata la baldanza del loro attacco. Quindi, ripetuta la manovra britannica contro di loro, questi reparti di cavalleria, su ordine del comandante, superato ai lati il fronte del combattimento, piombarono alle spalle del nemico. Grandioso e tremendo fu lo spettacolo della battaglia in campo aperto: inseguivano, colpivano, facevano prigionieri, poi li trucidavano quando ne avevano a portata di mano altri; i nemici, a seconda dell'indole di ciascuno, fuggivano in gruppi interi di armati di fronte a pochi avversari o si buttavano senza difesa sui nostri in braccio alla morte. E sparsi dovunque sulla terra insanguinata armi, corpi, membra lacere; talvolta anche gesti di furibondo valore tra i vinti. Poi, in prossimità della foresta, lasciati addentrare i primi inseguitori privi di cautela, i Britanni, esperti dei luoghi e raccolti in gruppi, li accerchiavano. E se Agricola, ovunque presente, non avesse mandato valide coorti armate alla leggera a distendersi all'interno come per una battuta di caccia e non avesse ordinato a una parte dei cavalieri di appiedarsi dove la boscaglia era più fitta e di perlustrare la foresta a cavallo dove s'aprivano radure, avremmo subìto delle perdite per eccesso di fiducia. Quando però i Britanni si videro di nuovo inseguiti da truppe disposte con ordine, si gettarono in fuga, non più come prima in gruppi compatti e in reciproco collegamento; ma, isolati e attenti ciascuno a sfuggirsi, si diressero verso rifugi lontani e impenetrabili. La notte e la sazietà posero fine all'inseguimento. Rimasero sul campo circa diecimila nemici e trecentosessanta dei nostri, tra cui un prefetto di coorte, Aulo Attico, trascinato fra i nemici dell'ardore giovanile e dallo slancio del cavallo.

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