Tacito - Agricola - 36

Versione originale in latino


Ac primo congressu eminus certabatur; simulque constantia, simul arte Britanni ingentibus gladiis et brevibus caetris missilia nostrorum vitare vel excutere, atque ipsi magnam vim telorum superfundere, donec Agricola quattuor Batavorum cohortis ac Tungrorum duas cohortatus est, ut rem ad mucrones ac manus adducerent; quod et ipsis vetustate militiae exercitatum et hostibus inhabile [parva scuta et enormis gladios gerentibus]; nam Britannorum gladii sine mucrone complexum armorum et in arto pugnam non tolerabant. Igitur ut Batavi miscere ictus, ferire umbonibus, ora fodere, et stratis qui in aequo adstiterant, erigere in collis aciem coepere, ceterae cohortes aemulatione et impetu conisae proximos quosque caedere: ac plerique semineces aut integri festinatione victoriae relinquebantur. Interim equitum turmae, [ut] fugere covinnarii, peditum se proelio miscuere. Et quamquam recentem terrorem intulerant, densis tamen hostium agminibus et inaequalibus locis haerebant; minimeque aequa nostris iam pugnae facies erat, cum aegre clivo instantes simul equorum corporibus impellerentur; ac saepe vagi currus, exterriti sine rectoribus equi, ut quemque formido tulerat, transversos aut obvios incursabant.

Traduzione all'italiano


Lo scontro iniziò da lontano: i Britanni, mentre con calma e abilità paravano o evitavano i nostri lanci con le loro grosse spade e i piccoli scudi, riversavano una pioggia di frecce sui nostri. A questo punto Agricola incitò quattro coorti di Batavi e due di Tungri a impegnarli in uno scontro corpo a corpo: l'operazione era per loro facile grazie alla lunga permanenza in servizio, mentre era malagevole per i nemici [dotati di piccoli scudi e di spade enormi]: infatti le spade dei Britanni, prive di punte, non si prestano al corpo a corpo in uno spazio ristretto. Quando dunque i Batavi cominciarono a menar colpi, a ferire col cono a punta dello scudo, a straziare i volti e, falciate le file dislocate in piano, ad avanzare combattendo verso l'altura, le altre coorti, partite all'assalto in una gara di emulazione, fanno a pezzi i primi che incontrano ma, per la fretta di vincere, lasciano molti nemici gravemente feriti o incolumi. Intanto gli squadroni di cavalleria, dopo la fuga dei carri, si mescolano nella battaglia dei fanti. Essi provocavano sì nuovo terrore, ma non riuscivano a procedere per la resistenza delle file serrate dei nemici e per l'erto pendio. E ormai la battaglia non era affatto favorevole ai nostri: costretti a una impegnativa lotta da fermi sul pendio, venivano rovesciati a terra con la cavalcatura; e spesso carri sbandati e cavalli atterriti senza guida, trascinati a caso dalla paura, li investivano di fronte e di fianco.

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