Traduzione di Paragrafo 10, Libro 9 (Vitellius) di Svetonio

Versione originale in latino


De Betriacensi victoria et Othonis exitu, cum adhuc in Gallia esset, audiit, nihilque cunctatus, quidquid praetorianarum cohortium fuit, ut pessimi exempli, uno exauctoravit edicto iussas tribunis tradere arma. Centum autem atque viginti, quorum libellos Othoni datos intervenerat exposcentium praemium ob editam in caede Galbae operam, conquiri et supplicio adfici imperavit, egregie prorsus atque magnifice et ut summi principis spem ostenderet, nisi cetera magis ex natura et priore vita sua quam ex imperii maiestate gessisset. Namque itinere inchoato, per medias civitates ritu triumphantium vectus est, perque flumina delicatissimis navigiis et variarum genere redimit, inter profusissimos obsoniorum apparatus, nulla familiae aut militis disciplina, rapinas ac petulantiam omnium in iocum vertens; qui non contenti epulo ubique publice praebito, quoscumque libuisset in libertatem asserebant, verbera et plagas, saepe vulnera, nonnumquam necem repraesentantes adversantibus. Utque campos, in quibus pugnatum est, adiit, abhorrentis quosdam cadaverum tabem detestabili voce confirmare ausus est, optime olere occisum hostem et melius civem. Nec eo setius ad leniendam gravitatem odoris plurimum meri propalam hausit passimque divisit. Pari vanitate atque insolentia lapidem memoriae Othonis inscriptum intuens, dignum eo Mausoleo ait, pugionemque, quo is se occiderat, in Agrippinensem coloniam misit Marti dedicandum. In Appennini quidem iugis etiam pervigilium egit.

Traduzione all'italiano


Seppe della vittoria di Bedriaco e della morte di Otone quando era ancora in Gallia e, senza indugio, con un solo editto, congedò le truppe pretoriane, come se avessero dato un deplorevole esempio, dopo aver loro ordinato di consegnare le armi ai tribuni. Poi, trovate centoventi petizioni che alcuni soldati avevano indirizzato a Otone per ottenere una ricompensa, in quanto avevano partecipato all'assassinio di Galba, ordinò di ricercarne gli autori e metterli a morte, provvedimento veramente nobile e grandioso che avrebbe fatto sperare in un principe eccezionale, se il resto della sua condotta non fosse stato più conforme al suo carattere e ai suoi precedenti, anziché alla maestà dell'Impero. Infatti, quando si mise in viaggio attraversò le città su un carro, alla maniera dei trionfatori, risalì i fiumi su navi lussuose, inghirlandate con varie corone, in mezzo agli apparati dei più sontuosi banchetti; tra i soldati e gli schiavi non vi era nessuna disciplina, giacché buttava sul ridere le rapine e gli eccessi di tutti i suoi uomini che, non contenti dei banchetti allestiti pubblicamente in ogni città, liberavano gli schiavi a loro capriccio, picchiavano, colpivano, spesso ferivano e qualche volta uccidevano quelli che opponevano resistenza. Quando arrivò sul campo dove si era combattuto, poiché alcuni provavano ribrezzo davanti alla decomposizione dei cadaveri, osò far loro coraggio con queste indegne parole: "Il corpo del nemico ucciso ha sempre buon odore e ancor più quello di un cittadino." Nondimeno, per vincere la violenza delle esalazioni, bevve davanti a tutti una grande quantità di vino e lo fece distribuire in giro. Con analoga leggerezza e pari insolenza, vedendo la lapide su cui era inciso: "Alla memoria di Otone" disse che "era degno di un tale mausoleo" ed inviò nella colonia Agrippinense, perché vi fosse consacrato a Marte, il pugnale con il quale quell'imperatore si era ucciso. Sulla sommità dell'Appennino fece anche una veglia.