Traduzione di Paragrafo 9, Libro 8 (Otho) di Svetonio

Versione originale in latino


Simili temeritate, quamvis dubium nemini esset quin trahi bellum oporteret quando et fame et angustiis locorum urgeretur hostis, quam primum tamen decertare statuit, sive impatiens longioris sollicitudinis speransque ante Vitelli adventum profligari plurimum posse, sive impar militum ardori pugnam deposcentium. Nec ulli pugnae affuit substitique Brixelli. Et tribus quidem verum mediocribus proeliis apud Alpes circaque Placentiam et ad Castoris, quod loco nomen est, vicit; novissimo maximoque apud Betriacum fraude superatus est, cum, spe conloquii facta, quasi ad condicionem pacis militibus eductis, ex improviso atque in ipsa consalutatione dimicandum fuisset. Ac statim moriendi impetum cepit, ut multi nec frustra opinantur, magis pudore ne tanto rerum hominumque periculo dominationem sibi asserere perseveraret, quam desperatione ulla aut diffidentia copiarum; quippe residuis integrisque etiam nunc quas secum ad secundos casus detinuerat, et supervenientibus aliis e Dalmatia Pannoniaque et Moesia, ne victis quidem adeo afflictis ut non in ultionem ignominiae quidvis discriminis ultro et vel solae subirent.

Traduzione all'italiano


Con analoga temerarietà, quantunque nessuno dubitasse che fosse opportuno tirare in lungo la guerra, dal momento che il nemico era in difficoltà per la mancanza di viveri e la strettezza dei luoghi, Otone decise di venire a battaglia al più presto, sia perché, insofferente di una più lunga incertezza, sperava di concludere più facilmente prima dell'arrivo di Vitellio, sia perché non gli era più possibile frenare l'ardore dei soldati, ansiosi di battersi. Egli non prese parte a nessuna azione e si fermò a Brescello. Riportò tre successi, per altro modesti, ai piedi delle Alpi, nei dintorni di Piacenza e presso il tempio di Castore, che è il nome della località, ma nell'ultima battaglia, la più importante, presso Bedriaco, fu sconfitto con l'inganno perché il nemico aveva parlato di negoziati e i soldati di Otone erano usciti come protetti da una tregua, quando all'improvviso, proprio nel momento dei saluti dovettero combattere. Subito Otone cercò la morte, come molti pensano con piena ragione, più perché si faceva scrupolo ad ostinarsi nel conservare il potere con grande pericolo dell'Impero e dei soldati, che per disperazione o mancanza di fiducia nei riguardi delle truppe; infatti gli restavano ancora intatte quelle che aveva trattenuto presso di sé nella speranza di una vittoria e gliene stavano arrivando altre dalla Dalmazia, dalla Pannonia e dalla Mesia. Per di più gli stessi soldati sconfitti erano così poco scoraggiati che anche da soli avrebbero affrontato qualsiasi pericolo per lavare l'onta subita.