Traduzione di Paragrafo 7, Libro 8 (Otho) di Svetonio

Versione originale in latino


Dein vergente iam die ingressus senatum, positaque brevi ratione quasi raptus de publico et suscipere imperium vi coactus gesturumque communi omnium arbitrio, Palatium petit. Ac super ceteras gratulantium adulantiumque blanditias ab infima plebe appellatus Nero nullum indicium recusantis dedit, immo, ut quidam tradiderunt, etiam diplomatibus primisque epistulis suis ad quosdam provinciarum praesides Neronis cognomen adiecit. Certe et imagines statuasque eius reponi passus est et procuratores atque libertos ad eadem officia revocavit, nec quicquam prius pro potestate subscripsit quam quingenties sestertium ad peragendam Auream domum.
Dicitur ea nocte per quietem pavefactum gemitus maximos edidisse repertusque a concursantibus humi ante lectum iacens per omnia piaculorum genera Manes Galbae, a quo deturbari expellique se viderat, propitiare temptasse; postridie quoque in augurando tempestate orta graviter prolapsum identidem obmurmurasse: Ti gar moi kai makrois aulois?

Traduzione all'italiano


In seguito, al calar del giorno ormai, fece il suo ingresso in Senato, disse in poche parole che era stato sequestrato dalla folla e costretto con la forza a prendere il potere, ma che lo avrebbe esercitato con i voti di tutti, dopo di che si diresse al Palatino. Oltre le lusinghe che gli venivano prodigate per felicitarsi con lui e adularlo, dalla plebaglia venne chiamato Nerone, senza che facesse il minimo gesto di protesta, anzi, come riferiscono alcuni, nei suoi brevetti e nelle sue prime lettere ad alcuni governatori di province, aggiunse alla sua firma il soprannome di Nerone. In ogni caso non solo lasciò erigere di nuovo le statue e i ritratti di Nerone, ma restituì ai suoi agenti e ai suoi liberti i loro antichi incarichi e il primo uso che fece del suo potere fu per aprire un credito di cinquanta milioni di sesterzi allo scopo di portare a termine la Casa Aurea.
Si dice che la notte successiva preso dal terrore durante il sonno, emise profondi gemiti, che i suoi schiavi subito accorsi, lo trovarono steso a terra, davanti al suo letto e che si sforzò di propiziarsi con ogni genere di cerimonie i mani di Galba dai quali si era visto tormentato e scacciato; perfino il giorno dopo, scoppiato un temporale mentre prendeva gli auspici, sarebbe caduto pesantemente e avrebbe gridato più volte: "Che bisogno avevo di così grandi flauti?"