Traduzione di Paragrafo 4, Libro 7 (Galba) di Svetonio

Versione originale in latino


Ser. Galba imperator M. Valerio Messala Cn. Lentulo cons. Natus est VIIII Kal. Ian. In villa colli superposita prope Tarracinam, sinistrorsus Fundos potentibus, adoptatusque a noverca sua Livia nomen et Ocellae cognomen assumptis, mutato praenomine; nam Lucium mox pro Servio usque ad tempus imperii usurpavit. Constat Augustum puero adhuc, salutanti se inter aequales, apprehensa buccula dixisse: Kai sy teknon tes arches hemon paratroxei. Sed et Tiberius, cum comperisset imperaturum eum, verum in senecta, "Vivat sane," ait, "quando id ad nos nihil pertinet." Avo quoque eius fulgur procuranti, cum exta de manibus aquila rapuisset et in frugiferam quercum contulisset, responsum est, summum sed serum imperium portendi familiae; et ille irridens, "Sane," inquit, "cum mula pepererit." Nihil aeque postea Galbam temptantem res novas confirmavit quam mulae partus, ceterisque ut obscaenum ostentum abhorrentibus, solus pro laetissimo accepit memor sacrificii dictique avi. Sumpta virili toga, somniavit Fortunam dicentem, stare se ante fores defessam, et nisi ocius reciperetur, cuicumque obvio praedae futuram. Utque evigilavit, aperto atrio simulacrum aeneum deae cubitali maius iuxta limen invenit, idque gremio suo Tusculum, ubi aestivare consuerat, avexit et in parte aedium consecrato menstruis deinceps supplicationibus et pervigilio anniversario coluit.
Quamquam autem nondum aetate constanti veterem civitatis exoletumque morem ac tantum in domo sua haerentem obstinatissime retinuit, ut liberti servique bis die frequentes adessent ac mane salvere, vesperi valere sibi singuli diceret.

Traduzione all'italiano


L'imperatore Ser. Galba nacque nel nono giorno prima delle calende di gennaio sotto il consolato di M. Valerio Messala e di Cn. Lentulo, in una casa di campagna situata su una collina che si incontra presso Terracina, sulla sinistra, quando ci si dirige verso Fondi; adottato dalla sua matrigna Livia, prese il suo nome e gli fu dato il soprannome di Ocellario, cambiando il suo prenome in Lucio, giacché ormai, fino al momento del suo Impero, così si chiamò, invece di Servio. È assodato che un giorno, recandosi a salutare Augusto con altri coetanei, l'imperatore gli disse, prendendolo per il ganascino: "Anche tu, figliolo, gusterai il nostro potere;" inoltre Tiberio, intendendo predire che sarebbe divenuto imperatore, ma quando già sarebbe stato vecchio, dichiarò: "Viva pure, dal momento che non ci preoccupa per niente!" Per di più un giorno che suo nonno offriva un sacrificio propiziatorio contro il fulmine, un'aquila gli portò via dalle mani le interiora della vittima per portarle su una quercia carica di ghiande, e gli fu allora predetto che ciò significava che la sua famiglia avrebbe avuto il potere sovrano, ma molto tardi; egli, scherzando, disse: "Certo, quando una mula avrà partorito." Così più tardi, quando Galba si impegnò nella rivolta, niente gli diede più fiducia quanto il vedere il parto di una mula e benché questo presagio, considerato sinistro, sollevasse l'orrore di tutti, lui solo lo accolse come uno dei segni più favorevoli, proprio perché ricordava il sacrificio e le parole di suo nonno. Dopo che ebbe preso la toga virile, sognò che la Fortuna gli diceva che se ne stava in piedi davanti alla sua porta, sfinita dalla stanchezza e che se non gli avesse aperto un po' alla svelta, sarebbe stata preda del primo che passava. Al suo risveglio, aperto l'atrio, trovò sulla soglia una statua di bronzo, alta più di un cubito, che rappresentava quella dea; la trasportò tra le braccia a Tusculo, dove aveva l'abitudine di passare l'estate, le riservò una parte della sua casa e, in seguito, le offrì tutti i mesi le sue preghiere e le consacrò ogni anno una veglia religiosa.
Benché fosse ancora giovane, conservò ostinatamente l'antico uso romano, ormai tramontato e sopravvissuto soltanto nella sua casa, di radunare due volte al giorno i suoi liberti e i suoi schiavi perché ciascuno lo salutasse sia al mattino, sia alla sera.