Traduzione di Paragrafo 14, Libro 7 (Galba) di Svetonio

Versione originale in latino


Maiore adeo et favore et auctoritate adeptus est quam gessit imperium, quamquam multa documenta egregii principis daret; sed nequaquam tam grata erant, invisa quae secus fierent. Regebatur trium arbitrio, quos una et intra palatium habitantis nec umquam non adhaerentis paedagogos vulgo vocabant. Ii erant T. Vinius legatus eius in Hispania, cupiditatis immensae; Cornelius Laco ex assessore praefectus praetorii, arrogantia socordiaque intolerabilis; libertus Icelus, paulo ante anulis aureis et Marciani cognomine ornatus ac iam summae equestris gradus candidatus. His diverso vitiorum genere grassantibus adeo se abutendum permisit et tradidit, ut vix sibi ipse constaret, modo acerbior parciorque, modo remissior ac neglegentior quam conveniret principi electo atque illud aetatis.
Quosdam claros ex utroque ordine viros suspicione minima inauditos condemnavit. Civitatem R. Raro dedit, iura trium liberorum vix uni atque alteri, ac ne his quidem nisi ad certum praefinitumque tempus. Iudicibus sextam decuriam adici precantibus non modo negavit, sed et concessum a Claudio beneficium, ne hieme initioque anni ad indicandum evocarentur, eripuit.

Traduzione all'italiano


Non conservò per niente nell'esercizio del potere il favore e il prestigio che glielo avevano fatto ottenere, quantunque in più occasioni desse prova di essere un ottimo principe; tuttavia le sue buone azioni gli procurarono meno riconoscenza di quanto gli attirassero odio le altre. Era dominato da tre uomini che abitavano con lui al Palatino e lo seguivano ad ogni passo, tanto che venivano chiamati comunemente "i suoi pedagoghi". Erano T. Vinio, suo luogotenente in Spagna, uomo di cupidigia senza limiti, Cornelio Laco, divenuto, da assessore, prefetto del pretorio, insopportabile per arroganza e per nullità, il liberto Icelo, da poco insignito dell'anello d'oro e del soprannome di Marciano, che brigava per ottenere la più alta carica dell'ordine equestre. Egli si piegò, si abbandonò così completamente ai capricci di questi tre personaggi, portati alle cattive azioni dai loro vizi di natura differente, che a malapena era coerente con se stesso, mostrandosi ora troppo duro e troppo avaro, ora troppo indulgente e troppo spensierato per un principe eletto e della sua età.
Condannò per futili sospetti e senza ascoltarli alcuni membri illustri dei due ordini. Concesse raramente il diritto di cittadinanza romana, una o due volte quello dei tre figli; ma solo per un periodo di tempo fissato in anticipo. Poiché i giudici lo pregavano di aggiungere una sesta decuria, non solo la negò, ma tolse loro il privilegio concesso da Claudio di non essere convocati per le assise in inverno e al principio dell'anno.