Traduzione di Paragrafo 47, Libro 6 (Nero) di Svetonio

Versione originale in latino


Nuntiata interim etiam ceterorum exercituum defectione litteras prandendi sibi redditas concerpserit, mensam subvertit, duos scyphos gratissimi usus, quos Homericos a caelatura carminum Homeri vocabat, solo inlisit ac sumpto a Lucusta veneno et in auream pyxidem condito transiit in hortos Servilianos, ubi praemissis libertorum fidissimis Ostiam ad classem praeparandam tribunos centurionesque praetorii de fugae societate temptavit. Sed partim tergiversantibus, partim aperte detrectantibus, uno vero etiam proclamante: "Usque adeone mori miserum est?" varie agitavit, Parthosne an Galbam supplex peteret, an atratus prodiret in publicum proque rostris quanta maxima posset miseratione veniam praeteritorum precaretur, ac ni flexisset animos, vel Aegypti praefecturam concedi sibi oraret. Inventus est postea in scrinio eius hac de re sermo formatus; sed deterritum putant, ne prius quam in Forum perveniret discerperetur.
Sic cogitatione in posterum diem dilata ad mediam fere noctem excitatus, ut comperit stationem militum recessisse, prosiluit e lecto misitque circum amicos, et quia nihil a quoquam renuntiabatur, ipse cum paucis hospitia singulorum adiit. Verum clausis omnium foribus, respondente nullo, in cubiculum rediit, unde iam et custodes diffugerant, direptis etiam stragulis, amota et pyxide veneni; ac statim Spiculum murmillonem vel quemlibet alium percussorem, cuius manu periret, requisiit et nemine reperto "Ergo ego" inquit "nec amicum habeo, nec inimicum?" procurritque, quasi praecipitaturus se in Tiberim.

Traduzione all'italiano


Nel frattempo gli fu consegnata, mentre pranzava, una lettera che gli comunicava anche la rivolta di tutte le altre armate; egli la lacerò, rovesciò la tavola, scaraventò in terra due coppe di cui si serviva volentieri e che chiamava "omeriche" perché vi erano cesellate alcune scene di Omero, poi si fece dare da Locusta un veleno che richiuse in una cassetta d'oro e si trasferì nei giardini di Servilio. Qui diede ordine ai più devoti dei suoi liberti di recarsi a Ostia per preparare una flotta, poi chiese ai tribuni e ai centurioni del pretorio se erano disposti ad accompagnarlo nella sua fuga, ma alcuni tergiversarono, altri rifiutarono categoricamente e uno arrivò perfino a gridargli: "È una così grande disgrazia morire?" Allora, considerando varie soluzioni, pensò di portarsi in atteggiamento supplice, presso i Parti o presso Galba o di presentarsi in pubblico vestito di nero, per implorare dall'alto dei rostri, nella forma più supplicante possibile, il perdono del passato, e per pregare, qualora non fosse riuscito a toccare i cuori, che gli fosse accordata almeno la prefettura dell'Egitto. Si trovò più tardi nel suo archivio una allocuzione redatta in questo senso, ma si crede che abbia abbandonato l'idea per il timore di essere fatto a pezzi prima ancora di arrivare in foro.
Rimandò così ogni decisione al giorno dopo, ma, risvegliato verso la mezzanotte e saputo che i posti di guardia si erano ritirati, saltò dal letto e mandò a cercare gli amici, e in seguito, poiché non aveva risposta da nessuno, di persona, con pochi compagni, andò a chiedere ospitalità a ciascuno di loro. Trovando tutte le porte chiuse e non ottenendo nessuna risposta, ritornò in camera sua, da dove le guardie, a loro volta, se ne erano già fuggite, portandosi via le sue coperte e perfino la cassetta del veleno; allora mandò a cercare subito il mirmillone Spiculo o chiunque altro fosse disposto a ucciderlo, ma poiché non era stato trovato nessuno, disse: "Dunque, non ho più né un amico, né un nemico" e si mise a correre come se volesse gettarsi nel Tevere.