Traduzione di Paragrafo 40, Libro 6 (Nero) di Svetonio

Versione originale in latino


Talem principem paulo minus quattuordecim annos perpessus terrarum orbis tandem destituit, initium facientibus Gallis duce Iulio Vindice, Qui tum eam provinciam pro praetore optinebat. Praedictum a mathematicis Neroni olim erat fore ut quandoque destitueretur; unde illa vox eius celeberrima:"To texnion hmas diatrefei", quo maiore sciliet venia meditaretur citharoedicam artem, principi sibi gratam, privato necessariam. Spoponderant tamen quidam destituto Orientis dominationem, nonnulli nominatim regnum Hieroslymorum, plures omnis pristinae fortunae restituionem. Cui spei pronior, Britannia Armeniaque amissa ac rursus utraque recepta, derfunctum se fatalibus malis existimabat. Ut vero consulo Delphis Apolline septuagensimum ac tertium annum cavendum sibi audivit, quasi eo Galbea, tanta fiducia non modo senectam sed etiam perpetuam singularemque concepit felicitatem, ut amissis naufragio pretioissimis rebus non dubitaverit inter suos dicere pisces eas sibi relaturos. Neapoli de motu Galliarum cognovit die ipso quo matrem occiderat, adeoque lente et secure tulit ut gaudentis etiam suspicionem praeberet tamquam occasione nata spolindarum iure balli opulentissimarum provinciarum; statimque in gymnasium progressus certantis athletas effusissimo studio spectavit. Cenae quoque tempore interpellatus tumultuosioribus littewris hactenus excanduit, ut malum iis qui descissent minaretur. Denique per octo continuos dies non rescribere cuiquam, non mandare quid aut praecipere conatus rem silentio obliteravit.

Traduzione all'italiano


Il mondo, dopo aver sopportato un simile imperatore un po' meno di quattordici anni, alla fine lo depose e furono i Galli a dare il segnale sotto la guida di Giulio Vindice, che allora governava questa provincia in qualità di propretore. Gli astrologhi avevano una volta predetto a Nerone che un giorno sarebbe stato deposto; fu a questo proposito che pronunciò la famosa frase: "L'arte ci darà da vivere," con lo scopo di rendere evidentemente più giustificabile il fatto di coltivare l'arte dei citaredi, gradita per lui, mentre era principe, ma necessaria se fosse divenuto semplice cittadino. Tuttavia alcuni gli avevano promesso che, dopo la sua deposizione, sarebbe stato padrone dell'Oriente, qualcuno specificò anche che gli sarebbe stato dato il regno di Gerusalemme e molti che avrebbe ritrovato tutta la sua antica potenza. Attaccato a questa speranza, quando la Britannia e l'Armenia furono perdute e poi riconquistate l'una e l'altra, credette di essersi liberato dalle sventure stabilite dal destino. Poi, quando Apollo che egli aveva consultato a Delfi, l'ebbe avvertito di guardarsi dal sessantatreesimo anno, convinto che sarebbe vissuto fino a quel termine e non pensando minimamente all'età di Galba, si mise a far conto non solo sulla vecchiaia, ma anche su una felicità costante e senza pari al punto che, avendo perduto in un naufragio alcuni oggetti preziosi, non esitò a dire, in mezzo agli amici, che "i pesci glieli avrebbero riportati". A Napoli venne a sapere del sollevamento dei Galli, precisamente il giorno in cui aveva ucciso sua madre, ma accolse questa notizia con tanta indifferenza e con tanta tranquillità, che si sospettò perfino che ne fosse contento, come se gli si presentasse l'occasione propizia per spogliare, secondo il diritto di guerra, alcune province molto ricche; si recò dunque al ginnasio e assistette con interesse particolare ai combattimenti degli atleti. Anche a cena, importunato da lettere per niente tranquillizzanti, limitò la sua collera ad alcune minacce di morte nei confronti dei rivoltosi. Infine durante gli otto giorni che seguirono non si prese la briga né di rispondere a nessuna lettera, né di inviare un ordine, né di prescrivere niente e fece cadere il silenzio su questo argomento.