Traduzione di Paragrafo 39, Libro 6 (Nero) di Svetonio

Versione originale in latino


Accesserunt tantis ex principe malis probrisque quaedam et fortuita: pestilentia unius autumni, quo triginta funerum milia in rationem Libitinae venerunt; clades Britannica, qua duo praecipua oppida magna civium sociorumque caede direpta sunt; ignominia ad Orientem legionibus in Armenia sub iugum missis aegreque Syria retenta. Mirum et vel praecipue notabile inter haec fuerit nihil eum patientius quam maledicta et convicia hominum tulisse, neque in ullos leniorem quam qui se dictis aut carminibus lacessissent exstitisse. Multa Graece Latineque proscripta aut vulgata sunt, sicut illa "[i]Nerwn Oresths Alkmewn mhtroktonos.[/i]"
[list]"[i]Neopshfon; Nerwn idian mhtera apekteine[/i]"
Quis negat Aeneae magna de stirpe Neronem ?
Sustulit hic matrem, sustulit ille patrem.
Dum tendit citharam noster, dum cornua Parthus,
Noster erit Pacan, ille Hecatebeletes.
Roma domus fiet; Veios migrate, Quirites,
Si non et Veios occupat ista domus.[/list]
Sed neque auctores requisivit et quosdam per indicem delatos ad senatum adfici graviore poena prohibuit. Transeuntem eum Isidorus Cynicus in publico clara voce corripuerat, quod Naupli mala bene cantitaret, sua bona male disponeret; et Datus Atellanarum histrio in cantico quodam
[list]"[i]ugiaine pater, ygiaine mhter[/i]"[/list]
Ita demonstraverat, ut bibentem natantemque faceret, exitum scilicet Claudi Agrippinaeque significans, et novissima clausula
[list]Orcus vobis ducit pedes[/list]
senatum gestu notarat. Histrionem et philosophum Nero nihil amplius quam urbe Italiaque summovit, vel contemptu omnis infimiae vel ne fatendo dolorem irritaret ingenia.

Traduzione all'italiano


A così grandi calamità e così grandi mali che venivano dall'imperatore, si aggiunsero anche alcune disgrazie dovute alla fatalità: una pestilenza che, in un solo autunno, fece iscrivere trentamila convogli funebri nel registro di Libitina; un disastro in Britannia, dove il nemico distrusse due centri molto importanti, massacrando una folla di cittadini e di alleati; in Oriente una sconfitta vergognosa che obbligò le nostre legioni a passare sotto il giogo, in Armenia, mentre a fatica si poté conservare la Siria. Ciò che può sembrare straordinario, in tutto questo, e degno di nota, è il fatto che Nerone sopportò con la massima pazienza tutte le satire e le ingiurie, e diede prova di un'indulgenza particolare nei confronti di coloro che lo provocavano con parole e con versi. Si affissero sui muri o si fecero correre tra il popolo molti epigrammi come questi, sia in greco, sia in latino: "Nerone, Orèste, Alcmeone: matricidi."
[list]"Ultima notizia: Nerone ha ucciso sua madre.
Chi nega che Nerone discende dalla nobile stirpe di Enea?
Quello ha tolto di mezzo la madre, questo ha retto sulle spalle il padre.
Il nostro uomo accorda la sua cetra, il Parto il suo arco tende.
Il nostro uomo sarà Peane, il Parto Ecatebelete.
Roma diverrà la sua casa; Quiriti, emigrate a Veio
ammesso che questa casa non inglobi anche Veio.[/list]
Ma egli non fece ricercare gli autori di questi epigrammi e anche quando alcuni di loro furono denunciati al Senato, vietò di infliggere loro una pena troppo severa. Un giorno, vedendolo passare, Isidoro il Cinico gli aveva rimproverato pubblicamente, ad alta voce "di cantar bene le sventure di Nauplio e di amministrare male i suoi propri beni"; Dato, un autore di atellane, recitando questo verso lirico:
[list]"State bene, padre, state bene madre"[/list]
aveva di tanto in tanto fatto il gesto di bere e di nuotare, alludendo evidentemente alla morte di Claudio e a quella di Agrippina, poi, arrivato al verso finale:
[list]"L'inferno vi tira per i piedi"[/list]
aveva con un gesto indicato il Senato. Ciò nonostante Nerone si limitò a bandire da Roma e dall'Italia tanto l'attore quanto il filosofo, sia perché disprezzava completamente l'opinione pubblica, sia perché temeva, lasciando trasparire il suo risentimento, di eccitare ancora di più gli animi.