Traduzione di Paragrafo 33, Libro 6 (Nero) di Svetonio

Versione originale in latino


Parricidia et caedes a Claudio exorsus est, cuius necis etsi non auctor, at conscius fuit, neque dissimulanter, ut qui boletos, in quo cibi genere venenum is acceperat, quasi deorum cibum posthac proverbio Graeco conlaudare sit solitus. Certe omnibus rerum verborumque contumeliis mortuum insectatus est, modo stultitiae, modo saevitise arguens; nam et morari eum desisse inter homines producta prima syllaba iocabatur multaque decreta et constituta, ut insipientis atque deliri, pro irritis habuit; denique bustum eius consaepiri nisi humili levique maceria neglexit. Britannicum non minus aemulatione vocis, quae illi iucundior suppetebat, quam metu ne quandoque apud hominum gratiam paterna memoria praevaleret, veneno adgressus est. Quod acceptum a quadam Lucusta, venenariorum indice, cum opinione tardius cederet ventre modo Britannici moto, accersitam mulierem sua manu verberavit arguens pro veneno remedium dedisse, excusantique minus datum ad occultandam facinoris invidiam: "Sane" inquit, "legem Iuliam timeo," coegitque se coram in cubiculo quam posset velocissimum ac praesentaneum coquere. Deinde in haedo expertus, postquam is quinque horas protraxit, iterum ac saepius recoctum porcello obiecit; quo statim exanimato inferri in triclinium darique cenanti secum Britannico imperavit. Et cum ille ad primum gustum concidisset, comitiali morbo ex consuetudine correptum apud convivas ementitus postero die raptim inter maximos imbres tralaticio extulit funere. Lucustae pro navata opera impunitatem praediaque ampla, sed et discipulos dedit.

Traduzione all'italiano


I suoi parricidi e i suoi assassini cominciarono con l'eliminazione di Claudio, giacché se non ne fu l'autore, ne fu tuttavia il complice e lungi dal nasconderlo, perché a partire da quel momento prese l'abitudine di citare un proverbio greco che celebrava come cibo degli dei i funghi di cui ci si era serviti per avvelenare quell'imperatore. In ogni caso elargì ogni sorta di oltraggi alla sua memoria, sia con parole, sia con azioni, rimproverandogli di volta in volta la sua stupidità e la sua crudeltà; diceva, ad esempio, che egli aveva finito di "soggiornare" tra gli uomini, giocando sul termine "morari" di cui allungava la prima sillaba; annullò, come frutto di una mente folle e stravagante, numerosi suoi decreti; infine il solo recinto con cui circondò la sua tomba fu un piccolo muro senza spessore. Geloso di Britannico, che aveva una voce più gradevole della sua, e temendo d'altra parte che un giorno lo soppiantasse nel favore del popolo, grazie al ricordo di suo padre, lo fece avvelenare. Il veleno fu dato da una certa Locusta, che ne aveva scoperti di ogni genere, ma poiché agiva più lentamente di quanto si aspettava, provocando in Britannico una semplice diarrea, fece venire quella donna e la frustò con le sue mani, rimproverandole di avergli fornito una medicina, non un veleno; Locusta si giustificò dicendo che ne aveva inviata una dose leggera per mascherare un delitto così odioso, e allora Nerone disse: "Sta a vedere che ho paura della legge Giulia!" e la costrinse a far bollire sotto i suoi occhi, nella sua camera, il veleno più rapido ed istantaneo che potesse. Poi lo sperimentò su un capretto, ma poiché l'animale era campato ancora cinque ore, fece ribollire il veleno più volte e lo somministrò a un porcellino; poiché quello morì sull'istante, ordinò di portare il veleno nella sala da pranzo e di farlo bere a Britannico che cenava con lui, e quando Britannico cadde subito dopo averlo gustato, Nerone disse ai convitati che si trattava di una delle sue abituali crisi di epilessia; il giorno dopo lo fece seppellire in fretta, senza pompa, sotto una pioggia torrenziale. Quanto a Locusta, in premio dei suoi servizi, le concesse l'impunità, ampi possedimenti e perfino discepoli.