Traduzione di Paragrafo 23, Libro 6 (Nero) di Svetonio

Versione originale in latino


Nam et quae diversissimorum temporum sunt, cogi in unum annum, quibusdam etiam iteratis, iussit et Olympiae quoque praeter consuetudinem musicum agona commisit. Ac ne quid circa haec occupatum avocaret detineretve, cum praesentia eius urbicas res egere a liberto Helio admoneretur, rescripsit his verbis: "Quamvis nunc tuum consilium sit et votum celeriter reverti me, tamen suadere et optare potius debes, ut Nerone dignus revertar. " Cantante eo ne necessaria quidem causa excedere theatro licitum est. Itaque et enixae quaedam in spectaculis dicuntur et multi taedio audiendi laudandique clausis oppidorum portis aut furtim desiluisse de muro aut morte simulata funere elati. Quam autem trepide anxieque certaverit, quanta adversariorum aemulatione, quo metu iudicum, vix credi potest. Adversarios, quasi plane condicionis eiusdem, observare, captare, infamare secreto, nonnumquam ex occursu maledictis incessere ac, si arte praecellerent, conrumpere etiam solebat. Iudices autem prius quam inciperet reverentissime adloquebatur, omnia se facienda fecisse, sed eventum in manu esse Fortunae; illos ut sapientis et doctos viros fortuita debere excludere; atque, ut auderet hortantibus, aequiore animo recordebat, ac ne sic quidem sine sollicitudine, taciturnitatem pudoremque quorundam pro tristitia et malignitate arguens suspectosque sibi dicens.

Traduzione all'italiano


In realtà non solo diede ordine di raggruppare in un solo anno quei concorsi che avevano luogo in date differenti, facendone perfino ripetere alcuni, ma, contrariamente alla consuetudine, ne organizzò uno di musica anche ad Olimpia. E per non essere disturbato o distratto da qualcosa nel bel mezzo di queste occupazioni, quando fu avvertito dal suo liberto Elio che gli affari di Roma esigevano la sua presenza, gli rispose in questi termini: "Sebbene tu sia dell'avviso ed esprima il desiderio che io mi affretti a tornare, tuttavia avresti dovuto consigliarmi ed esortarmi a ritornare degno di Nerone." Quando cantava non era permesso uscire dal teatro, nemmeno per necessità. E così, stando a quanto si dice, alcune donne partorirono durante lo spettacolo, e molti, stanchi di ascoltare e di applaudire, sapendo che le porte erano sbarrate, saltarono furtivamente oltre il muro o si fecero portar fuori fingendosi morti. D'altra parte è appena immaginabile con quanta ansia e con quanta emozione gareggiasse, quale gelosia provasse per gli avversari, quale timore mostrasse per i giudici. Si comportava nei confronti dei suoi avversari come se fossero stati in tutto e per tutto suoi pari, li spiava, tendeva loro agguati, segretamente li screditava, qualche volta li ricopriva di ingiurie se li incontrava, e, se erano molto bravi, cercava perfino di corromperli. Prima di cominciare la sua esibizione, si rivolgeva con molta umiltà ai giudici dicendo "che aveva fatto tutto quello che poteva, ma che il successo era nelle mani della fortuna e che essi, come uomini saggi e competenti, dovevano prescindere da tutto ciò che è fortuito". I giudici allora lo invitavano a farsi coraggio ed egli se ne andava più tranquillo, ma non senza una certa inquietudine, attribuendo il silenzio e la riservatezza di alcuni di loro a malumore e cattiva disposizione nei suoi confronti e dicendo che essi gli erano sospetti.