Traduzione di Paragrafo 22, Libro 6 (Nero) di Svetonio

Versione originale in latino


Equorum studio vel praecipue ab ineunte aetate flagravit plurimusque illi sermo, quanquam vetaretur, de circensibus erat; et quondam tractum prasinum agitatorem inter condiscipulos querens, obiurgante paedagogo, de Hectore se loqui ementitus est. Sed cum inter initia imperii eburneis quadrigis cotidie in abaco luderet, ad omnis etiam minimos circenses e secessu commeabat, primo clam, deinde propalam, ut nemini dubium esset eo die utique affuturum. Neque dissimulabat velle se palmarum numerum ampliari; quare spectaculum multiplicatis missibus in serum protrahebatur, ne dominis quidem iam factionum dignantibus nisi ad totius diei cursum greges ducere. Mox et ipse aurigare atque etiam spectari saepius voluit positoque in hortis inter servitia et sordidam plebem rudimento universorum se oculis in Circo Maximo praebuit, aliquo liberto mittente mappam unde magistratus solent. Nec contentus harum artium experimenta Romae dedisse, Achaiam, ut diximus, petit hinc maxime motus. Instituerant civitates, apud quas musici agones edi solent, omnes citharoedorum coronas ad ipsum mittere. Eas adeo grate recipiebat, ut legatos, qui pertulissent, non modo primos admitteret, sed etiam familiaribus epulis interponeret. A quibusdam ex his rogatus ut cantaret super cenam, expectusque effusius, solos scire audire Graecos solosque se et studiis suis dignos ait. Nec profectione dilata, ut primum Cassiopen traiecit, statim ad aram Iovis Cassii cantare auspicatus certamina deinceps obiit omnia.

Traduzione all'italiano


Per i cavalli ebbe, fin dalla più giovane età, una passione particolarmente viva e la maggior parte delle sue conversazioni, sebbene gli fosse vietato, verteva sui giochi del circo; un giorno con i suoi discepoli si lamentava che un cocchiere del partito verde fosse stato trascinato dai suoi cavalli e quando il suo maestro lo rimproverò, disse, mentendo, che stava parlando di Ettore. All'inizio del suo principato si divertiva quotidianamente a spostare quadrighe d'avorio su un tavolo da gioco e lasciava il suo ritiro per assistere anche ai meno importanti giochi di circo, in un primo tempo di nascosto, poi apertamente, in modo che in quei giorni tutti erano certi che sarebbe stato presente. D'altra parte non faceva mistero di voler aumentare il numero dei premi e così, moltiplicate le rappresentazioni, protraeva lo spettacolo fino a tardi e anche i capisquadra non si degnavano di condurre fuori i loro uomini se non per una corsa che durasse una intera giornata. Ben presto volle guidare anche lui un carro e per di più esibirsi spesso; fatto allora il suo apprendistato nei suoi giardini in mezzo agli schiavi e al popolino, si offrì agli occhi di tutti nel Circo Massimo, mentre uno dei suoi liberti gettava il drappo dal posto dove generalmente lo facevano i magistrati. Non contento di aver dato prove a Roma di queste sue capacità, se ne andò in Acaia, come abbiamo detto, soprattutto per questi motivi. In quella provincia le città dove si organizzavano solitamente concorsi di musica, avevano deciso di inviargli tutte le corone dei citaredi. Egli le accettava con tale gratitudine che, non contento di ricevere, con precedenza assoluta, i delegati che gliele portavano, li ammetteva anche ai suoi banchetti intimi. Poiché alcuni di loro lo avevano pregato di cantare durante la cena, e lo avevano seguito con molta attenzione, dichiarò che "solo i Greci sapevano ascoltare e che solo loro erano degni di lui e della sua arte". Non differì dunque la partenza e come sbarcò a Cassiope fece il suo esordio cantando presso l'altare di Giove Cassio, poi, da quel momento si presentò a tutti i concorsi.