Traduzione di Paragrafo 15, Libro 6 (Nero) di Svetonio

Versione originale in latino


In iuris dictione postulatoribus nisi sequenti die ac per libellos non temere respondit. Cognoscendi morem eum tenuit, ut continuis actionibus omissis singillatim quaeque per vices ageret. Quotiens autem ad consultandum secederet, neque in commune quicquam neque propalam deliberabat, sed et conscriptas ab uno quoque sententias tacitus ac secreto legens, quod ipsi libuisset perinde atque pluribus idem videretur pronuntiabat.
In curiam libertinorum filios diu non admisit; admissis a prioribus principibus honores denegavit. Candidatos, qui supra numerum essent, in solacium dilationis ac morae legionibus praeposuit. Consulatum in senos plerumque menses dedit. Defunctoque circa Kal. Ian. Altero e consulibus neminem substituit improbans exemplum vetus Canini Rebili uno die consulis. Triumphalia ornamenta etiam quaestoriae dignitatis et nonnulis ex equestri ordine tribuit nec utique de causa militari. De quibusdam rebus orationes ad senatum missas praeterito quaestoris officio per consulem plerumque recitabat.

Traduzione all'italiano


Quando rendeva giustizia, quasi sempre non rispondeva ai richiedenti se non il giorno dopo e per iscritto. Nelle inchieste imperiali prese l'abitudine di vietare i discorsi continui e di far presentare di volta in volta dalle due parti ogni dettaglio della causa. Ogni volta che si ritirava per deliberare, non consultava i suoi assistenti, riuniti o apertamente, su nessun punto, ma dopo aver lette in silenzio e tutto solo le sentenze scritte da ciascuno di loro, pronunciava la sentenza che preferiva, come se la maggioranza avesse deciso in quel modo.
Per un lungo periodo di tempo non ammise in Senato i figli dei liberti; rifiutò le magistrature a coloro cui erano state concesse dai suoi predecessori. Per consolare i candidati in soprannumero del ritardo che subivano, diede loro alcuni comandi di legioni. Il consolato, generalmente, fu conferito per sei mesi. Poiché verso le calende di gennaio era morto uno dei consoli, non designò nessuno al suo posto e condannò l'esempio di Caninio Rebilo, che in passato era stato console per un solo giorno. Accordò le insegne del trionfo anche a persone che avevano la dignità di questori e ad alcuni cavalieri e non unicamente per meriti militari. Quando indirizzava un messaggio al Senato su una questione o l'altra, generalmente lo faceva leggere da un console, senza ricorrere a un questore.