Traduzione di Paragrafo 43, Libro 5 (Divus Claudius) di Svetonio

Versione originale in latino


Sub exitu vitae signa quaedam nec obscura paenitentis de matrimonio Agrippinae deque Neronis adoptione dederat, siquidem commemorantibus libertis ac laudantibus cognitionem, qua pridie quandam adulterii ream condemnarat, sibi quoque in fatis esse iactavit omnia impudica, sed non impunita matrimonia; et subinde obvium sibi Britannicum artius complexus hortatus est, ut cresceret rationemque a se omnium factorum acciperet; Graeca insuper voce prosecutus: [i]ho trosas iasetai[/i]. Cumque impubi teneroque adhuc, quando statura permitteret, togam dare destinasset, adiecit: "Ut tandem populus R. Verum Caesarem habeat."

Traduzione all'italiano


Verso la fine della sua vita Claudio aveva fatto capire, da certi segni abbastanza chiari, che si era pentito del suo matrimonio con Agrippina e dell'adozione di Nerone. Infatti, sentendo che i suoi liberti ricordavano con ammirazione l'istruttoria per mezzo della quale il giorno prima aveva condannato una donna colpevole di adulterio, esclamò "che anche il suo destino voleva che tutte le sue donne fossero impudiche, ma non impunite"; e subito dopo, incontrando Britannico gli disse, stringendolo torte tra le braccia, "di crescere perché potesse rendergli conto di tutte le sue azioni", poi aggiunse in greco: "Chi ti ha ferito, pure ti guarirà." Quando volle dargli la toga virile, poiché la statura lo permetteva, sebbene fosse ancora impubere e fanciullo, soggiunse: "Perché il popolo romano abbia finalmente un vero Cesare."