Traduzione di Paragrafo 38, Libro 5 (Divus Claudius) di Svetonio

Versione originale in latino


Irae atque iracundiae conscius sibi, utramque excusavit edicto distinxitque, pollicitus alteram quidem brevem et innoxiam, alteram non iniustam fore. Ostiensibus, quia sibi subeunti Tiberim scaphas obviam non miserint, graviter correptis eaque cum invidia, ut in ordinem se coactum conscriberet, repente tantum non satis facientis modo veniam dedit. Quosdam in publico parum tempestive adeuntis manu sua reppulit. Item scribam quaestorium itemque praetura functum senatorem inauditos et innoxios relegavit, quod ille adversus privatum se intemperantius affuisset, hic in aedilitate inquilinos praediorum suorum contra vetitum cocta vendentes multasset vilicumque intervenientem flagellasset. Qua de causa etiam coercitionem popinarum aedilibus ademit. Ac ne stultitiam quidem suam reticuit simulatamque a se ex industria sub Gaio, quod aliter evasurus perventurusque ad susceptam stationem non fuerit, quibusdam oratiunculis testatus est; nec tamen persuasit, cum intra breve tempus liber editus sit, cui index erat [i]moron epanastasis[/i], argumentum autem stultitiam neminem fingere.

Traduzione all'italiano


Consapevole di essere incline alla collera e al furore, si giustificò di questi due difetti con un editto in cui, facendo distinzione tra loro, prometteva che il suo furore sarebbe stato breve e innocuo, mentre giusta la sua collera. Dopo aver aspramente rimproverato gli abitanti di Ostia perché non gli avevano mandato incontro alcune barche, il giorno in cui doveva risalire il Tevere, ed essersi adirato fino al punto di scrivere che lo avevano costretto a rientrare nei ranghi, tutto ad un tratto mandò loro non soltanto il suo perdono, ma anche le sue scuse. Alcune persone lo avvicinarono inopportunamente in pubblico ed egli le respinse con la sua stessa mano. Allo stesso modo relegò lo scrivano di un questore e quello di un anziano pretore, membro del Senato, senza ascoltarli e nonostante la loro innocenza, perché il primo aveva litigato con lui con troppa violenza, quando era ancora un privato cittadino, mentre il secondo, in qualità di edile, aveva punito gli affittuari dei suoi possedimenti che vendevano, contro i regolamenti, derrate cotte, e fece battere con le verghe un intendente che interveniva in loro favore. Fu per questa ragione che tolse agli edili la sorveglianza delle osterie. Non tacque nemmeno sulla sua stupidità e dichiarò, in certi piccoli discorsi, che l'aveva intenzionalmente simulata sotto il principato di Gaio, non per altro che per salvarsi e per ottenere il rango che desiderava. Ma non poté convincere nessuno e, poco tempo dopo si pubblicò un libro intitolato "La resurrezione degli imbecilli" che dimostrava come nessuno poteva fingere la stupidità.