Traduzione di Paragrafo 16, Libro 5 (Divus Claudius) di Svetonio

Versione originale in latino


Gessit et censuram intermissam diu post Plancum Paulumque censores, sed hanc quoque inaequabiliter varioque et animo et eventu. Recognitione equitum iuvenem probri plenum, sed quem pater probatissimum sibi affirmabat, sine ignominia dimisit, habere dicens censorem suum; alium corruptelis adulteriisque famosum nihil amplius quam monuit, ut aut parcius aetatulae indulgeret aut certe cautius; addiditque: "quare enim ego scio, quam amicam habeas?" Et cum orantibus familiaribus dempsisset cuidam appositam notam: "litura tamen," inquit, "extet." Splendidum virum Graeciaeque provinciae principem, verum Latini sermonis ignarum, non modo albo iudicum erasit, sed in peregrinitatem redegit. Nec quemquam nisi sua voce, utcumque quis posset, ac sine patrono rationem vitae passus est reddere. Notavitque multos, et quosdam inopinantis et ex causa novi generis, quod se inscio ac sine commeatu Italia excessissent; qvendam vero et quod comes regis in provincia fuisset, referens, maiorum temporibus Rabirio Postumo Ptolemaeum Alexandriam crediti servandi causa secuto crimen maiestatis apud iudices motum. Plures notare conatus, magna inquisitorum neglegentia sed suo maiore dedecore, innoxios fere repperit, quibuscumque caelibatum aut orbitatem aut egestatem obiceret, maritos, patres, opulentos se probantibus; eo quidem, qui sibimet vim ferro intulisse arguebatur, inlaesum corpus veste deposita ostentante. Fuerunt et illa in censura eius notabilia, quod essedum argenteum sumptuose fabricatum ac venale ad Sigillaria redimi concidique coram imperavit; quodque uno die XX edicta proposuit, inter quae duo, quorum altero admonebat, ut uberi vinearum proventu bene dolia picarentur; altero, nihil aeque facere ad viperae morsum quam taxi arboris sucum.

Traduzione all'italiano


Esercitò anche la carica di censore, da tempo non esercitata, dopo la censura di Planco e di Paolo; ma anche qui fu ineguale, incostante sia nell'umore, sia nelle decisioni. Passando in rivista i cavalieri, non fece nessun appunto ad un giovane pieno di infamie, solo perché suo padre dichiarava che, dal suo punto di vista, era irreprensibile e disse semplicemente "che aveva già il suo censore personale". Un altro, ben conosciuto come seduttore e adultero fu solo invitato ad "abbandonarsi ai piaceri della gioventù con più misura, o almeno con più discrezione"; e aggiunse: "Perché devo sapere io chi è la tua amante?" Quando, per le preghiere dei suoi amici, cancellò la nota che aveva apposto a fianco di un certo nome, disse: "Resti almeno la cancellatura!" Poiché un personaggio notevole e tra i principali della provincia greca ignorava la lingua latina, non solo lo radiò dalla lista dei giudici, ma gli tolse anche il diritto di cittadinanza. Non permise a nessuno di rendere conto della propria condotta se non con la sua bocca, nel modo che poteva e senza l'assistenza di avvocati. Censurò un gran numero di persone, alcune senza che se lo aspettassero e per questo motivo assolutamente insolito molti avevano lasciato l'Italia senza preavviso e senza chiedergli un congedo. A un tizio che aveva accompagnato un re nella sua provincia, ricordò che, nei tempi andati, si era intentato un processo di lesa maestà a Rabirio Postumo che aveva seguito Tolomeo ad Alessandria per farsi pagare un debito. Aveva la mania di censurare, ma un po' per la negligenza degli inquisitori, un po' per la sua ancor più grande confusione, finì quasi sempre con il prendersela con persone innocenti; coloro ai quali rimproverava di essere celibi, senza figli o senza risorse, esibivano le prove che erano sposati, padri di famiglia e benestanti; certuni che venivano accusati di essersi inferto un colpo di pugnale, dimostravano, spogliandosi delle vesti, che il loro corpo non recava cicatrici. Altre singolarità caratterizzarono ancora la sua censura: fece acquistare e rompere sotto i propri occhi un carro d'argento, di pregevole fattura, messo in vendita nel quartiere dei Sigillari; in un solo giorno promulgò venti editti, due dei quali sono degni di nota: in uno raccomandava di spalmare bene le botti di pece, in considerazione dell'abbondanza della vendemmia, nell'altro proponeva il succo dell'albero di tasso come il miglior rimedio contro i morsi delle vipere.