Traduzione di Paragrafo 15, Libro 5 (Divus Claudius) di Svetonio

Versione originale in latino


In cognoscendo autem ac decernendo mira varietate animi fuit, modo circumspectus et sagax, interdum inconsultus ac praeceps, nonnumquam frivolus amentique similis. Cum decurias rerum actu expungeret, eum, qui dissimulata vacatione quam beneficio liberorum habebat responderat, ut cupidum iudicandi dimisit; alium interpellatum ab adversariis de propria lite negantemque cognitionis rem sed ordinari iuris esse, agere causam confestim apud se coegit, proprio negotio documentum daturum, quam aequus iudex in alieno negotio futurus esset. Feminam non agnoscentem filium suum dubia utrimque argumentorum fide ad confessionem compulit indicto matrimonio iuvenis. Absentibus secundum praesentes facillime dabat, nullo dilectu culpane quis an aliqua necessitate cessasset. Proclamante quodam praecidendas falsario manus, carnificem statim acciri cum machaera mensaque lanionia flagitavit. Peregrinitatis reum orta inter advocatos levi contentione, togatumne an palliatum dicere causam oporteret, quasi aequitatem integram ostentans, mutare habitum saepius et prout accusaretur defendereturve, iussit. De quodam etiam negotio ita ex tabella pronuntiasse creditur, secundum eos se sentire, qui vera proposuissent. Propter quae usque eo eviluit, ut passim ac propalam contemptui esset. Excusans quidam testem e provincia ab eo vocatum negavit praesto esse posse dissimulata diu causa; ac post longas demum interrogationes: "Mortuus est," inquit, "puto, licuit." Alius gratias agens quod reum defendi pateretur, adiecit: "Et tamen fieri solet." Illud quoque a maioribus natu audiebam, adeo causidicos patientia eius solitos abuti, ut discedentem e tribunali non solum voce revocarent, sed et lacinia togae retenta, interdum pede apprehenso detinerent. Ac ne cui haec mira sint, litigatori Graeculo vox in altercatione excidit: [i]kai su geron ei kai moros[/i]. Equitem quidem Romanum obscaenitatis in feminas reum, sed falso et ab impotentibus inimicis conficto crimine, satis constat, cum scorta meritoria citari adversus se et audiri pro testimonio videret, graphium et libellos, quos tenebat in manu, ita cum magna stultitiae et saevitiae exprobratione iecisse in faciem eius, ut genam non leviter perstrinxerit.

Traduzione all'italiano


Nelle inchieste imperiali e nelle sue sentenze si rivelò di umore estremamente variabile, ora circospetto e perspicace, ora sconsiderato e precipitoso, qualche volta superficiale come se fosse un pazzo. Una volta che faceva la revisione della lista dei giudici, ne radiò uno che aveva tenuta nascosta la sua facoltà di usufruire dell'esenzione di cui beneficiava in considerazione dei suoi numerosi figli, considerandolo troppo ansioso di giudicare; sentendo che un giudice, interpellato a proposito di una sua causa personale, dichiarava che quel processo non era di competenza dell'imperatore, ma dei tribunali ordinari, lo costrinse immediatamente a trattare la causa davanti a lui per dimostrare che in una questione personale avrebbe dato una prova di equità pari a quelle di un giudice che trattava un affare altrui. Poiché una donna rifiutava di riconoscere il proprio figlio e gli argomenti forniti da una parte e dall'altra erano contestabili, appurò la verità ingiungendole di sposare il giovane. Quando una delle parti in causa era assente, molto volentieri dava ragione a quella presente, non stava a guardare se qualcuno aveva rinunciato a presentarsi per sua colpa o per sopravvenuta necessità. Poiché uno gridava che bisognava tagliare le mani a un falsario, ordinò sull'istante che si facesse venire il carnefice, con la spada e il suo banco da beccaio. A proposito di un tizio accusato di aver usurpato la cittadinanza romana e i suoi privilegi, poiché era sorta una leggera contestazione tra gli avvocati, relativa al problema se si dovesse trattare la causa indossando la toga o il mantello greco, Claudio, volendo far mostra di una totale imparzialità, ordinò di cambiare vestito a più riprese, secondo che si accusava o si difendeva. Si crede anche che, in una particolare questione, disse, leggendo dai suoi appunti, che era d'accordo con coloro che avevano detto la verità. Sentenze di questo genere lo screditarono a tal punto che a poco a poco fu esposto al disprezzo di tutti. Un tale, per giustificare un provinciale da lui citato come testimonio, disse che non poteva venire, senza volerne spiegare ulteriormente il motivo: alla fine dopo insistenti domande, dichiarò: "È morto: ne aveva il diritto, penso." Un altro, ringraziandolo perché aveva permesso che un accusato fosse difeso, aggiunse: "Tuttavia questa è l'usanza." Ho anche sentito dire che gli avvocati avevano talmente l'abitudine di abusare della sua pazienza, che non solamente lo richiamavano ad alta voce quando stava per andarsene dal tribunale, ma addirittura lo trattenevano per il lembo della toga, e qualche volta afferrandogli perfino un piede. E perché questi fatti non sembrino incredibili, ecco l'esclamazione sfuggita ad un greco che era parte in causa in un processo: "Anche tu sei vecchio e stolto." È notorio che un cavaliere romano, accusato di essere un seduttore di donne, accusa per altro falsa e mossa da nemici impotenti, quando vide che si citavano contro di lui alcune cortigiane e se ne ascoltava la testimonianza, lanciò contro Claudio lo stilo e le tavolette che teneva in mano, rimproverandogli la sua stoltezza e la sua crudeltà, e lo ferì non certo leggermente al ginocchio.