Traduzione di Paragrafo 22, Libro 4 (Caligula) di Svetonio

Versione originale in latino


Hactenus quasi de principe, reliqua ut de monstro narranda sunt. Compluribus cognominibus adsumptis - nam et "pius" et "castrorum filius" et "pater exercituum" et "optimus maximus Caesar" vocabatur - cum audiret forte reges, qui officii causa in urbem advenerant, concertantis apud se super cenam de nobilitate generis, exclamavit: [i]Eis koiranos esto, eis basileus[/i]. Nec multum afuit quin statim diadema sumeret speciemque principatus in regni formam converteret. Verum admonitus et principum et regum se excessisse fastigium, divinam ex eo maiestatem asserere sibi coepit; datoque negotio, ut simulacra numinum religione et arte praeclara, inter quae Olympii Iovis, apportarentur e Graecia, quibus capite dempto suum imponeret, partem Palatii ad forum usque promovit, atque aede Castoris et Pollucis in vestibulum transfigurata, consistens saepe inter fratres deos, medium adorandum se adeuntibus exhibebat; et quidam eum Latiarem Iovem consalutarunt. Templum etiam numini suo proprium et sacerdotes et excogitatissimas hostias instituit. In templo simulacrum stabat aureum iconicum amiciebaturque cotidie veste, quali ipse uteretur. Magisteria sacerdotii ditissimus quisque et ambitione et licitatione maxima vicibus comparabant. Hostiae erant phoenicopteri, pavones, tetraones, numidicae, meleagrides, phasianae, quae generatim per singulos dies immolarentur. Et noctibus quidem plenam fulgentemque lunam invitabat assidue in amplexus atque concubitum, interdiu vero cum Capitolino Iove secreto fabulabatur, modo insusurrans ac praebens in vicem aurem, modo clarius nec sine iurgiis. Nam vox comminantis audita est: [i]H m 'anaeir ' n ego se[/i], donec exoratus, ut referebat, et in contubernium ultro invitatus super templum Divi Augusti ponte transmisso Palatium Capitoliumque coniunxit. Mox, quo propior esset, in area Capitolina novae domus fundamenta iecit.

Traduzione all'italiano


Fino qui abbiamo parlato del principe, ora non ci resta che parlare del mostro. Non contento di aver preso moltissimi soprannomi (infatti lo si chiamava "pio", "figlio dell'accampamento", "padre degli eserciti" e "il migliore e il più grande dei Cesari"), quando un giorno sentì alcuni re, venuti a Roma per rendergli omaggio, discutere a tavola, davanti a lui, sulla nobiltà delle loro origini, gridò: "Ci sia un solo capo, un solo re" e poco mancò che prendesse subito la corona e sostituisse con il reame la funzione del principato. Dal momento in cui gli fecero capire che egli si era posto al di sopra dei re e dei principi, si arrogò la maestà degli dei; dato l'incarico di andare a cercare in Grecia le statue più venerate e più belle degli dei, tra le quali quella di Giove Olimpico, per sostituire la loro testa con la sua, fece prolungare fino al foro un'ala del Palatino e, trasformato in vestibolo il tempio di Castore e Polluce, se ne stava spesso in mezzo agli dei suoi fratelli e, mescolato con loro, si offriva all'adorazione dei visitatori. Alcuni arrivarono a salutarlo con il nome di Giove Laziale. Egli dedicò anche, alla sua divinità, un tempio speciale, un collegio di sacerdoti e vittime rarissime. In questo tempio si ergeva la sua statua d'oro, in grandezza naturale, che ogni giorno veniva rivestita con l'abito uguale a quello che lui stesso indossava. La dignità del sacerdozio veniva ottenuta di volta in volta, a forza di brogli e di offerte sempre più elevate, dai cittadini più ricchi. Le vittime erano fenicotteri, pavoni, galli cedroni, polli di Numidia, galline faraone, fagiani, e ogni giorno, nel sacrificio, si cambiava la specie. E inoltre nelle notti in cui splendeva la luna piena, egli la invitava spesso a venire ad abbracciarlo e a dividere il letto con lui, mentre durante il giorno si consultava segretamente con Giove Capitolino, ora parlando a bassa voce e tendendo a sua volta l'orecchio, ora gridando e non senza aggiungere contumelie. Infatti una volta si udì la sua voce che minacciava: "o mi innalzi, o sarò io ad innalzare te," finché, dicendo che il dio lo aveva supplicato e lo aveva invitato a dimorare con lui, congiunse il Palatino con il Campidoglio per mezzo di un ponte che scavalcava il tempio del Divino Augusto. Più tardi, per essere più vicino, gettò le fondamenta di una nuova casa sull'area del Campidoglio.