Traduzione di Paragrafo 11, Libro 3 (Tiberius) di Svetonio

Versione originale in latino


Ab Ostia oram Campaniae legens inbecillitate Augusti nuntiata paulum substitit. Sed increbrescente rumore quasi ad occasionem maioris spei commoraretur, tantum non adversis tempestatibus Rhodum enavigavit, amoenitate et salubritate insulae iam inde captus cum ad eam ab Armenia rediens appulisset. Hic modicis contentus aedibus nec multo laxiore suburbano genus vitae civile admodum instituit, sine lictore aut viatore gymnasio interdum obambulans mutuaque cum Graeculis officia usurpans prope ex aequo. Forte quondam in disponendo die mane praedixerat, quidquid aegrorum in civitate esset visitare se velle; id a proximis aliter exceptum iussique sunt omnes aegri in publicam porticum deferri ac per valitudinum genera disponi.
Perculsus ergo inopinata re diuque quid ageret incertus, tandem singulos circuit excusans factum etiam tenuissimo cuique et ignoto. Unum hoc modo neque praeterea quicquam notatum est, in quo exeruisse ius tribuniciae potestatis visus sit: cum circa scholas et auditoria professorum assiduus esset, moto inter antisophistas graviore iurgio, non defuit qui eum intervenientem et quasi studiosiorem partis alterius convicio incesseret. Sensim itaque regressus domum repente cum apparitoribus prodiit citatumque pro tribunali voce praeconis conviciatorem rapi iussit in carcerem. Comperit deinde Iuliam uxorem ob libidines atque adulteria damnatam repudiumque ei suo nomine ex auctoritate Augusti remissum; et quamquam laetus nuntio, tamen officii duxit, quantum in se esset, exorare filiae patrem frequentibus litteris et vel utcumque meritae, quidquid umquam dono dedisset, concedere. Transacto autem tribuniciae potestatis tempore, confessus tandem, nihil aliud secessu devitasse se quam aemulationis cum C. Lucioque suspicionem, petit ut sibi securo iam ab hac parte, conroboratis his et secundum locum facile tutantibus, permitteretur revisere necessitudines, quarum desiderio teneretur. Sed neque impetravit ultroque etiam admonitus est, dimitteret omnem curam suorum, quos tam cupide reliquisset.

Traduzione all'italiano


Da Ostia costeggiò il litorale della Campania e quando gli fu annunciato un indebolimento della salute di Augusto, si fermò per qualche tempo. Ma quando si sparse la diceria che indugiava per essere pronto alla realizzazione delle sue più grandi speranze, si diresse, anche se le condizioni del tempo non erano troppo favorevoli, a Rodi, l'isola che, per la sua amenità e salubrità, lo aveva affascinato fin dai giorni in cui vi era approdato, ritornando dall'Armenia. Là si accontentò di una modesta abitazione e di una casa di periferia non molto più vasta e adottò un genere di vita assolutamente semplice, passeggiando qualche volta al ginnasio senza littore e senza usciere e intrattenendo relazioni con semplici greci quasi su un piede di parità. Un mattino, per caso, mentre organizzava la sua giornata, aveva espresso il desiderio di visitare tutti i malati della città. Le persone che erano vicino a lui intesero la cosa diversamente e ordinarono di far portare tutti i malati in una galleria pubblica e di classificarli secondo le loro infermità. Tiberio, allora, stupito per questo spettacolo inatteso e rimasto a lungo incerto sul da farsi, finì con l'avvicinarsi a ciascuno, scusandosi per l'increscioso incidente, anche con i più umili e con gli sconosciuti. Vi fu un solo caso, e nessun altro è stato segnalato, in cui sembrò esercitare il diritto del suo potere tribunizio. Egli frequentava assiduamente le scuole e le sale delle conferenze dei professori: un giorno era sorta una vivace discussione tra antisofisti e non mancò chi, vedendolo intervenire e scambiandolo per un accanito sostenitore dei suoi avversari, lo ricoprì di insulti. Rientrato in casa allora, tranquillamente, ne uscì quasi subito con i suoi subalterni, citò davanti al tribunale il suo insultatore, per mezzo della voce di un banditore pubblico, e lo fece portare in prigione. In seguito venne a sapere che sua moglie Giulia era stata condannata per la sua scostumatezza e i suoi adulteri e che il divorzio era stato notificato a suo nome per ordine di Augusto. Sebbene la notizia lo riempisse di gioia, tuttavia si credette obbligato, per quanto stava in lui, a riconciliare, attraverso frequenti lettere, il padre con la figlia e a lasciare a lei, qualunque fosse la sua indegnità, i doni che aveva potuto farle. Scaduto il tempo del suo potere tribunizio, confessò alla fine di non aver avuto altro scopo, ritirandosi, se non quello di evitare ogni sospetto di concorrenza nei confronti di Gaio e Lucio, e chiese, dal momento che ormai era rassicurato su questo punto, perché ormai li sapeva grandi e in grado di tollerare facilmente il secondo rango, di rivedere i suoi parenti, dei quali sentiva nostalgia. Ma non ottenne nulla, anzi lo avvertirono di non preoccuparsi più dei suoi che aveva abbandonato con tanta sollecitudine.