Traduzione di Paragrafo 86, Libro 2 (Divus Augustus) di Svetonio

Versione originale in latino


Genus eloquendi secutus est elegans et temperatum, vitatis sententiarum ineptiis atque concinnitate et "reconditorum verborum," ut ipse dicit, "fetoribus "; praecipuamque curam duxit sensum animi quam apertissime exprimere. Quod quo facilius efficeret aut necubi lectorem vel auditorem obturbaret ac moraretur, neque praepositiones urbibus addere neque coniunctiones saepius iterare dubitavit, quae detractae afferunt aliquid obscuritatis, etsi gratiam augent. Cacozelos et antiquarios, ut diverso genere vitiosos, pari fastidio sprevit, exagitabatque nonnumquam; in primis Maecenatem suum, cuius "myrobrechis," ut ait, "cincinnos" usque quaque persequitur et imitando per iocum irridet. Sed nec Tiberio parcit et exoletas interdum et reconditas voces aucupanti. M. Quidem Antonium ut insanum increpat, quasi ea scribentem, quae mirentur potius homines quam intellegant; deinde ludens malum et inconstans in eligendo genere dicendi iudicium eius, addit haec: "Tuque dubitas, Cimberne Annius an Veranius Flaccus imitandi sint tibi, ita ut verbis, quae Crispus Sallustius excerpsit ex Originibus Catonis, utaris? An potius Asiaticorum oratorum inanis sententiis verborum volubilitas in nostrum sermonem transferenda?" Et quadam epistula Agrippinae neptis ingenium conlaudans, "sed opus est," inquit, "dare te operam, ne moleste scribas et loquaris."

Traduzione all'italiano


Adottò un genere di eloquenza semplice ed elegante, evitando le sottigliezze delle frasi d'effetto, calibrate con arte e, come lui stesso diceva, i "cattivi odori" delle parole disusate; si preoccupò per prima cosa di esprimere il suo pensiero con la maggior chiarezza possibile. Per arrivarvi più sicuramente e perché niente potesse imbarazzare o bloccare il lettore o l'uditore, non esitò ad aggiungere le preposizioni davanti ai nomi delle città e a ripetere spesso le congiunzioni, quando la soppressione poteva generare qualche confusione, anche se accresceva l'eleganza del periodo. Gratificò di uguale disprezzo gli scimmiottatori e gli arcaizzanti, sostenendo che cadevano in due eccessi contrari, e spesso li bersagliava, per primo il suo caro Mecenate, del quale criticava, come egli stesso dice, "le ricercatezze profumate", divertendosi ad imitarle per scherzo. Ma non perdonò a Tiberio il fatto che si mettesse in cerca talvolta di vocaboli disusati e oscuri. In particolare rimprovera Antonio per la sua mania di scrivere più allo scopo di stupire la gente, che di essere compreso, quindi, scherzando sulla bizzarria e l'incostanza del suo gusto per ciò che si riferisce alla scelta dello stile, aggiunge: "Tu dunque non sai se devi imitare Annio Cimbro e Veranio Flacco, impiegando le parole che Crispo Sallustio ha tratto dalle "Origini" di Catone, o se piuttosto devi trasferire nella nostra lingua la vacua verbosità degli oratori asiatici?" E in un'altra lettera, felicitandosi con la nipote Agrippina per il suo spirito, egli dice: "Ma è necessario che ti sforzi di scrivere con chiarezza."