Traduzione di Paragrafo 56, Libro 2 (Divus Augustus) di Svetonio

Versione originale in latino


Iocis quoque quorundam invidiosis aut petulantibus lacessitus contra dixit edicto. Et tamen ne de inhibenda testamentorum licentia quicquam constitueretur intercessit. Quotiens magistratuum comitiis interesset, tribus cum candidatis suis circuibat supplicabatque more sollemni. Ferebat et ipse suffragium in tribu, ut unus e populo. Testem se in iudiciis et interrogari et refelli aequissimo animo patiebatur. Forum angustius fecit non ausus extorquere possessoribus proximas domos. Numquam filios suos populo commendavit ut non adiceret: "Si merebuntur." Eisdem praetextatis adhuc assurrectum ab universis in theatro et a stantibus plausum gravissime questus est. Amicos ita magnos et potentes in civitate esse voluit, ut tamen pari iure essent quo ceteri legibusque iudiciariis aeque tenerentur. Cum Asprenas Nonius artius ei iunctus causam veneficii accusante Cassio Severo diceret, consuluit senatum, quid officii sui putaret; cunctari enim se, ne si superesset, eripere legibus reum, sin deesset, destituere ac praedamnare amicum existimaretur; et consentientibus universis sedit in subselliis per aliquot horas, verum tacitus et ne laudatione quidem iudiciali data. Affuit et clientibus, sicut Scutario cuidam evocato quondam suo, qui postulabatur iniuniarum. Unum omnino e reorum numero ac ne eum quidem nisi precibus eripuit, exorato coram iudicibus accusatore, Castricium, per quem de coniuratione Murenae cognoverat.

Traduzione all'italiano


Anche alle battute cariche d'odio e di ingiuria, dalle quali era bersagliato, rispose con un editto e tuttavia intervenne perché non si effettuassero repressioni nei confronti dell'insolenza di coloro che facevano testamento. Ogni volta che assisteva alle elezioni dei magistrati, circolava tra le tribù con i suoi candidati e sollecitava i voti, secondo l'uso tradizionale. Anche lui votava nella tribù, come un cittadino qualunque. Quando testimoniava in tribunale, si lasciava interrogare e contraddire con la più grande pazienza. Fece un Foro più piccolo di quello che avrebbe voluto, perché non osava espropriare i proprietari delle case vicine. Non raccomandava mai i suoi figli al popolo, senza aggiungere: "Se lo meriteranno." Vedendo che alla loro entrata in teatro, quando ancora portavano la pretesta, tutti gli spettatori si alzavano e stando in piedi li applaudivano, se ne lamentò vivamente. Volle che i suoi amici, per quanto grandi e potenti nello Stato, fossero sottomessi allo stesso diritto di tutti gli altri, come pure alle leggi sui crimini. Quando Nonio Asprena con il quale era strettamente legato dovette difendersi contro l'accusa di veneficio mossagli da Cassio Severo, Augusto chiese al Senato quale considerasse il suo dovere; egli per parte sua era incerto, perché temeva, portando aiuto a Nonio, di strappare alla legge un colpevole, astenendosene, di abbandonare un amico e condannarlo in anticipo. Finalmente, con il consenso di tutti, andò a sedersi al banco della difesa per più ore, ma standosene zitto e senza nemmeno testimoniare a suo discarico. Assistette anche i suoi clienti, come un certo Scutario, uno dei suoi anziani richiamati volontari, che era accusato di ingiurie. Sottrasse ai tribunali un solo accusato, e anche in questa circostanza, senza far altro che convincere l'accusatore con le sue preghiere, in presenza dei giudici, a ritirare l'accusa: si trattava di Castricio, per mezzo del quale aveva scoperto la congiura di Murena.