Traduzione di Paragrafo 53, Libro 2 (Divus Augustus) di Svetonio

Versione originale in latino


Domini appellationem ut maledictum et obprobrium semper exhorruit. Cum spectante eo ludos pronuntiatum esset in mimo: "O dominum aequum et bonum!" et universi quasi de ipso dictum exsultantes comprobassent, et statim manu vultuque indecoras adulationes repressit et insequenti die gravissimo corripuit edicto; dominumque se posthac appellari ne a Liberis quidem aut nepotibus suis vel serio vel ioco passus est atque eius modi blanditias etiam inter ipsos prohibuit. Non temere urbe oppidove ullo egressus aut quoquam ingressus est nisi vespera aut noctu, ne quem officii causa inquietaret. In consulatu pedibus fere, extra consulatum saepe adoperta sella per publicum incessit. Promiscuis salutationibus admittebat et plebem, tanta comitate adeuntium desideria excipiens, ut quendam ioco corripuerit, quod sic sibi libellum porrigere dubitaret, "quasi elephanto stipem." Die senatus numquam patres nisi in curia salutavit et quidem sedentis ac nominatim singulos nullo submonente; etiam discedens eodem modo sedentibus valere dicebat. Officia cum multis mutuo exercuit, nec prius dies cuiusque sollemnes frequentare desiit, quam grandior iam natu et in turba quondam sponsaliorum die vexatus. Gallum Cerrinium senatorem minus sibi familiarem, sed captum repente oculis et ob id inedia mori destinantem praesens consolando revocavit ad vitam.

Traduzione all'italiano


Considerava il titolo di "signore" come un'ingiuria infamante e sempre lo respinse con orrore. Una volta nel corso di una rappresentazione teatrale alla quale assisteva, un mimo pronunciò le parole: "O signore giusto e buono!"; tutti gli spettatori approvarono esultanti, come se l'espressione fosse rivolta a lui, ma Augusto, non contento di aver subito posto fine, con il gesto e con lo sguardo, a queste adulazioni indecorose, il giorno dopo le biasimò con un severo proclama; dopo di ciò non permise che lo chiamassero signore né i suoi figli, né i suoi nipoti, sia per scherzo, sia in tono serio, e proibì anche tra loro piaggerie di questo genere. Generalmente per uscire da una città o da un borgo, oppure per entrarvi da qualche parte, aspettava la sera o la notte, per non disturbare nessuno ad andarlo a salutare. Durante il periodo in cui era console andava quasi sempre a piedi tra il pubblico, spesso facendosi portare su una lettiga coperta. Alle udienze pubbliche ammetteva anche i plebei, accogliendo con immensa cortesia le richieste dei visitatori, tanto che rimproverò uno di loro scherzosamente, perché gli tendeva la sua petizione con così evidente imbarazzo che sembrava porgesse una piccola moneta ad un elefante. Nei giorni di seduta del Senato non salutava mai i senatori se non dentro la curia, e solo dopo averli fatti sedere, chiamando ciascuno con il suo nome, senza che nessuno glielo suggerisse; anche quando se ne andava, li salutava tutti allo stesso modo, senza obbligarli ad alzarsi. Ebbe relazioni con molti di loro e non rinunciò ad essere presente alle solennità celebrate da ciascuno di loro se non quando cominciò a diventare vecchio e anche perché una volta fu sgomitato dalla folla in occasione di un fidanzamento. Benché il senatore Gallo Terrinio non fosse mai stato tra i suoi più intimi amici, quando fu colpito da una malattia agli occhi e decise di lasciarsi morire di fame, Augusto di persona lo confortò e lo riconciliò con la vita.