Traduzione di Paragrafo 51, Libro 2 (Divus Augustus) di Svetonio

Versione originale in latino


Clementiae civilitatisque eius multa et magna documenta sunt. Ne enumerem, quot et quos diversarum partium venia et incolumitate donatos principem etiam in civitate locum tenere passus sit: Iunium Novatum et Cassium Patavinum e plebe homines alterum pecunia, alterum levi exilio punire satis habuit, cum ille Agrippae iuvenis nomine asperrimam de se epistulam in vulgus edidisset, hic convivio pleno proclamasset neque votum sibi neque animum deesse confodiendi eum. Quadam vero cognitione, cum Aemilio Aeliano Cordubensi inter cetera crimina vel maxime obiceretur quod male opinari de Caesare soleret, conversus ad accusatorem commotoque similis: "Velim," inquit, "hoc mihi probes; faciam sciat Aelianus et me linguam habere, plura enim de eo loquar"; nec quicquam ultra aut statim aut postea inquisiit. Tiberio quoque de eadem re, sed violentius apud se per epistulam conquerenti ita rescripsit: "Aetati tuae, mi Tiberi, noli in hac re indulgere et nimium indignari quemquam esse, qui de me male loquatur; satis est enim, si hoc habemus ne quis nobis male facere possit."

Traduzione all'italiano


Sono molte le prove determinanti della sua clemenza e della sua semplicità di cittadino qualsiasi. Non è il caso di elencare tutti i membri del partito avversario ai quali accordò il perdono e concesse salva la vita e ai quali permise anche di occupare un posto importante nell'ambito dello Stato. Citerò soltanto Giunio Novato e Cassio Padovano, clue plebei che egli punì semplicemente uno con una multa, l'altro con un esilio benevolo. Eppure il primo aveva fatto diffondere una lettera, sotto il nome di Agrippa, che conteneva espressioni molto dure nei confronti dell'imperatore; il secondo affermò, nel bel mezzo di un banchetto, che a lui non mancava né la voglia né il coraggio di uccidere Augusto. Giudicando un giorno un certo Emilio Eliano di Cordova e intendendo rimproverargli come colpa più grave di tutte le altre, il fatto che fosse solito parlar male di Cesare, si volse verso l'accusatore e gli disse con volto accigliato: "Vorrei che tu mi fornissi delle prove; in tal caso farei sapere ad Eliano che anch'io possiedo una lingua con la quale potrei dire un sacco di cose sul suo conto"; e non spinse oltre la sua inchiesta, né in quel momento, né in seguito.















Sono molte le prove determinanti della sua clemenza e della sua semplicità di cittadino qualsiasi. Non è il caso di elencare tutti i membri del partito avversario ai quali accordò il perdono e concesse salva la vita e ai quali permise anche di occupare un posto importante nell'ambito dello Stato. Citerò soltanto Giunio Novato e Cassio Padovano, clue plebei che egli punì semplicemente uno con una multa, l'altro con un esilio benevolo. Eppure il primo aveva fatto diffondere una lettera, sotto il nome di Agrippa, che conteneva espressioni molto dure nei confronti dell'imperatore; il secondo affermò, nel bel mezzo di un banchetto, che a lui non mancava né la voglia né il coraggio di uccidere Augusto. Giudicando un giorno un certo Emilio Eliano di Cordova e intendendo rimproverargli come colpa più grave di tutte le altre, il fatto che fosse solito parlar male di Cesare, si volse verso l'accusatore e gli disse con volto accigliato: "Vorrei che tu mi fornissi delle prove; in tal caso farei sapere ad Eliano che anch'io possiedo una lingua con la quale potrei dire un sacco di cose sul suo conto"; e non spinse oltre la sua inchiesta, né in quel momento, né in seguito. A Tiberio, che a sua volta gli aveva inviato una lettera, lamentandosi ma con maggior violenza, di questo stesso argomento, rispose: "Mio caro Tiberio, alla tua età guardati dal cedere su questo punto e dall'indignarti eccessivamente che vi siano persone pronte a parlar male di te. Se abbiamo questo inconveniente, è sufficiente assicurarsi che nessuno ci possa far del male."