Traduzione di Paragrafo 31, Libro 2 (Divus Augustus) di Svetonio

Versione originale in latino


Postquam vero pontificatum maximum, quem numquam vivo Lepido auferre sustinuerat, mortuo demum suscepit, quidquid fatidicorum librorum Graeci Latinique generis nullis vel parum idoneis auctoribus vulgo ferebatur, supra duo milia contracta undique cremavit ac solos retinuit Sibyllinos, bos quoque dilectu habito; condiditque duobus forulis auratis sub Palatini Apollinis basi. Annum a Divo lulio ordinatum, sed postea neglegentia conturbatum atque confusum, rursus ad pristinam rationem redegit; in cuius ordinatione Sextilem mensem e suo cognomine nuncupavit magis quam Septembrem quo erat natus, quod hoc sibi et primus consulatus et in signes victoriae optigissent. Sacerdotum et numerum et dignitatem sed et commoda auxit, praecipue Vestalium virginum. Cumque in demortuae locum aliam capi oporteret ambirentque multi ne filias in sortem darent, adiuravit, si cuiusquam neptium suarum competeret aetas, oblaturum se fuisse eam. Nonnulla etiam ex antiquis caerimoniis paulatim abolita restituit, ut Salutis augurium, Diale flamonium, sacrum Lupercale, ludos Saeculares et Compitalicios. Lupercalibus vetuit currere inberbes, item Saecularibus ludis iuvenes utriusque sexus prohibuit ullum nocturnum spectaculum frequentare nisi cum aliquo maiore natu propinquorum. Compitales Lares ornari bis anno instituit vernis floribus et aestivis. Proximum a dis immortalibus honorem memoriae ducum praestitit, qui imperium p. R. Ex minimo maximum reddidissent. Itaque et opera cuiusque manentibus titulis restituit et statuas omnium triumphali effigie in utraque fori sui porticu dedicavit, professus et edicto: commentum id se, ut ad illorum vitam velut ad exemplar et ipse, dum viveret, et insequentium aetatium principes exigerentur a civibus. Pompei quoque statuam contra theatri eius regiam marmoreo Iano superposuit translatam e curia, in qua C. Caesar fuerat occisus.

Traduzione all'italiano


Quando divenne sommo pontefice, dopo la morte di Lepido, cui da vivo non aveva mai voluto togliere quella carica, raggruppò tutte le profezie greche e latine che, senza autorità alcuna o per lo meno non sufficiente, correvano tra il popolo, circa duemila, raccolte da ogni parte e le fece bruciare. Conservò soltanto i libri sibillini, ed anche questi dopo aver provveduto ad una cernita, e li ripose in due armadi dorati ai piedi della statua di Apollo Palatino. Ristabilì nel calendario l'ordine introdotto dal divino Cesare e poi, per trascuratezza, completamente sconvolto. In questo ordine diede il proprio soprannome al mese Sestile invece che al Settembre, in cui era nato, perché proprio nel Sestile aveva ottenuto il suo primo consolato e aveva conseguito grandi vittorie. Accrebbe il numero, il prestigio, ma anche le prerogative dei sacerdoti, in particolare delle Vestali. Quando si rese necessaria la scelta di una vestale al posto di una che era morta, vedendo che molti cittadini brigavano per non esporre le loro figlie alla sorte, giurò che se una o l'altra delle sue nipoti avesse avuto l'età conveniente, egli stesso l'avrebbe offerta. Ripristinò anche alcune antiche tradizioni religiose che a poco a poco erano cadute in disuso, come l'augurio della Salute, la dignità del flamine di Giove, la cerimonia dei Lupercali, i giochi Secolari e quelli Compitali. Vietò ai giovani imberbi di correre ai Lupercali, e proibì sia ai ragazzi, sia alle ragazze di assistere, durante i giochi Secolari, alle rappresentazioni notturne senza essere accompagnati da un adulto della famiglia. Stabilì che i Lari Compitali venissero ornati di fiori due volte all'anno, in primavera e in estate. Quasi come a dèi immortali rese onore alla memoria dei condottieri che avevano fatto, da modeste origini, grandissimo il dominio del popolo romano. Così non solo restaurò gli edifici che ciascuno aveva eretto, conservandone le iscrizioni, ma nei due portici del suo foro collocò le statue di tutti loro con le insegne dei trionfi conseguiti: in un editto proclamò poi che aveva avuto questa idea perché lui stesso, finché viveva, e i principi dei tempi successivi fossero costretti dai concittadini ad ispirarsi a loro come ad un modello. Fece perfino trasportare fuori della curia, dove Cesare era stato ucciso, la statua di Pompeo che collocò in faccia alla galleria contigua al suo teatro, sulla sommità di un arco di marmo.