Traduzione di Paragrafo 28, Libro 2 (Divus Augustus) di Svetonio

Versione originale in latino


De reddenda re p. Bis cogitavit: primum post oppressum statim Antonium, memor objectum sibi ab eo saepius, quasi per ipsum staret ne redderetur; ac rursus taedio diuturnae valitudinis, cum etiam magistratibus ac senatu domum accitis rationarium imperii tradidit. Sed reputans et se privatum non sine periculo fore et illam plurium arbitrio temere committi, in retinenda perseveravit, dubium eventu meliore an voluntate. Quam voluntatem, cum prae se identidem ferret, quodam etiam edicto his verbis testatus est: "Ita mihi salvam ac sospitem rem p. Sistere in sua sede liceat atque eius rei fructum percipere, quem peto, ut optimi status auctor dicar et moriens ut feram mecum spem, mansura in vestigio suo fundamenta rei p. Quae iecero." Fecitque ipse se compotem voti nisus omni modo, ne quem novi status paeniteret. Urbem neque pro maiestate imperii ornatam et inundationibus incendiisque obnoxiam excoluit adeo, ut iure sit gloriatus marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset. Tutam vero, quantum provideri humana ratione potuit, etiam in posterum praestitit.

Traduzione all'italiano


Due volte pensò di restaurare la Repubblica: la prima volta subito dopo aver sconfitto Antonio, ricordando che quest'ultimo gli aveva ripetuto spesso che lui solo era l'ostacolo al suo ristabilimento; la seconda, durante lo scoraggiamento di una lunga malattia. In quell'occasione fece venire a casa sua i magistrati e i senatori ai quali trasmise un inventario dell'Impero. Però pensando che, come privato cittadino, non avrebbe potuto vivere senza pericolo e che, per altro, era imprudente affidare lo Stato all'arbitrio di molti, continuò a conservare il potere. Non si sa quale sia stata la cosa migliore, se il risultato o l'intenzione. Questa intenzione poi, benché la confermasse in diverse riprese, un giorno la proclamò in un delitto con queste parole: "Voglia il cielo che la Repubblica si conservi in piena prosperità e che io possa raccogliere quel frutto a cui aspiro, di essere considerato il fondatore di un ottimo regime e di portare con me, in punto di morte, la speranza che le fondamenta dello Stato resteranno inalterabili, quali io le ho gettate." Lui stesso si fece garante di questo voto e compì ogni sforzo perché nessuno dovesse rammaricarsi del nuovo regime. La struttura di Roma non corrispondeva alla grandiosità dell'Impero ed era esposta alle inondazioni e agli incendi: egli l'abbellì a tal punto che giustamente si vantò di lasciare di marmo una città che aveva ricevuto di mattoni. Inoltre la fece sicura anche per il futuro, per quanto poté provvedere con la lungimiranza umana.