Traduzione di Paragrafo 27, Libro 2 (Divus Augustus) di Svetonio

Versione originale in latino


Triumviratum rei p. Constituendae per decem annos administravit; in quo restitit quidem aliquandiu collegis ne qua fieret proscriptio, sed inceptam utroque acerbius exercuit. Namque illis in multorum saepe personam per gratiam et preces exorabilibus, solus magnopere contendit ne cui parceretur, proscripsitque etiam C. Toranium tutorem suum, eudem collegam patris sui Octavi in aedilitate. Iunius Saturninus hoc amplius tradit, cum peracta proscriptione M. Lepidus in senatu excusasset praeterita et spem clementiae in posterum fecisset, quoniam satis poenarum exactum esset, hunc a diverso professum, ita modum se proscribendi statuisse, ut omnia sibi reliquerit libera. In cuius tamen pertinaciae paenitentiam postea T. Vincium Philopoemenem, quod patronum suum proscriptum celasse olim diceretur, equestri dignitate honoravit. In eadem hac potestate multiplici flagravit invidia. Nam et Pinarium equitem R. Cum, contionante se admissa turba paganorum, apud milites subscribere quaedam animadvertisset, curiosum ac speculatorem ratus, coram confodi imperavit; et Tedium Afrum consulem designatum, quia factum quoddam suum maligno sermone carpsisset, tantis conterruit minis, ut is se praecipitaverit; et Quintum Gallium praetorem, in officio salutationis tabellas duplices veste tectas tenentem, suspicatus gladium occulere, nec quidquam statim, ne aliud inveniretur, ausus inquirere, paulo post per centuriones et milites raptum e tribunali, servilem in modum torsit ac fatentem nihil iussit occidi, prius oculis eius sua manu effossis; quem tamen scribit conloquio petito insidiatum sibi coniectumque a se in custodiam, diende urbe interdicta dimissum, naufragio vel latronum insidiis perisse. Tribuniciam potestatem perpetuam recepit, in qua semel atque iterum per singular lustra collegam sibi cooptavit. Recepit et morum legumque regimen aeque perpetuum, quo iure, quamquam sine censurae honore, censum tamen populi ter egit; primum ac tertium cum collega, medium solus.

Traduzione all'italiano


Per dieci anni fece parte del triumvirato istituito per riorganizzare la Repubblica: come suo membro per un po' di tempo cercò di impedire che si aprissero le proscrizioni, ma quando esse cominciarono si mostrò più spietato degli altri due. Spesso infatti, in considerazione della qualità delle persone, quelli si sarebbero piegati alle raccomandazioni e alle preghiere, ma lui solo si batté ostinatamente perché non fosse risparmiato nessuno e arrivò a proscrivere anche C. Toranio, suo tutore, che, per di più, era stato collega di suo padre come edile. Giulio Saturnino scrive inoltre che, quando ormai le proscrizioni erano concluse, M. Lepido aveva fatto intendere in Senato che avrebbe perdonato il passato e che per il futuro si sarebbe data speranza di clemenza, dal momento che erano state inflitte sufficienti condanne, ma che Augusto, al contrario, dichiarò di aver posto un termine alle proscrizioni in modo da riservarsi ogni libertà. Tuttavia più tardi si pentì di questa sua ostinazione e promosse al rango di cavaliere T. Vinio Filopomeno, che si diceva avesse tenuto nascosto il suo padrone, allora proscritto. In questa stessa funzione, si attirò moltissimo odio. Così un giorno che arringava i soldati in presenza di una folla di civili che avevano potuto avvicinarsi, vedendo un certo Pinario, cavaliere romano, che prendeva appunti, lo considerò un indiscreto e una spia e diede ordine di trafiggerlo in sua presenza. Un'altra volta, poiché Tedio Afro, console designato, aveva criticato con aspre parole un suo atto, lo atterrì con tali minacce che questi si gettò nel vuoto. Il pretore Quinto Gallio era venuto a salutarlo tenendo due tavolette doppie nascoste sotto la toga: egli sospettò che avesse una spada occultata, ma non osò accertarsene per timore di scoprire qualcosa di diverso, allora lo fece condurre dai suoi soldati e dai centurioni davanti al suo tribunale, lo sottopose alla tortura come uno schiavo e poiché non confessava niente, ordinò di ucciderlo, dopo avergli strappato gli occhi con le sue stesse mani. Scrisse poi che quest'uomo gli aveva chiesto un'udienza privata, che aveva attentato alla sua vita, che era stato gettato in prigione e poi rilasciato con il divieto di soggiornare a Roma e che era morto in un naufragio o per mano dei briganti. Ebbe a vita il potere tribunizio e per due volte, durante due lustri differenti, si associò un collega. Pure a vita, fu incaricato del controllo dei costumi e delle leggi e, con questo diritto, quantunque senza la carica di censore, fece tre volte il censimento della popolazione: il primo e il terzo con un collega, il secondo da solo.