Traduzione di Paragrafo 25, Libro 2 (Divus Augustus) di Svetonio

Versione originale in latino


Neque post bella civilia aut in continione aut per edictum ullos militum commilitones appellabat, sed milites, ac ne a filiis quidem aut privignis suis imperio praeditis aliter appellari passus est, ambitiosius id existimans, quam aut ratio militaris aut temporum quies aut sua domusque suae maiestas postularet. Libertino milite, praeterquam Romae incendiorum causa et si tumultus in graviore annona metueretur, bis usus est: semel ad praesidium coloniarum Illyricum contingentium, iterum ad tutelam ripae Rheni fluminis; eosque, servos adhuc viris feminisque pecuniosioribus indictos ac sine mora manumissos, sub priore vexillo habuit, neque aut commixtos cum ingenuis aut eodem modo armatos. Dona militaria, aliquanto facilius phaleras et torques, quicquid auro argentoque constaret, quam vallares ac murales coronas, quae honore praecellerent, dabat; has quam parcissime et sine ambitione ac saepe etiam caligatis tribuit. M. Agrippam in Sicilia post navalem victoriam caeruleo vexillo donavit. Solos triumphales, quamquam et socios epeditionum et participes victoriarum suarum, numquam donis impertiendos putavit, quod ipsi quoque ius habuissent tribuendi ea quibus vellent. Nihil autem minus perfecto duci quam festinationem temeritatemque convenire arbitrabatur. Crebro itaque illa iactabat: [i]Speude bradeos. Asphales gar est ameinon e thraasus stratelates[/i]. Et, Sat celeriter fieri quidquid fiat satis bene. Proelium quidem aut bellum suscipiendum omnino negabat, nisi cum maior emolumenti spes quam damni metus ostenderetur. Nam minima commoda non minimo sectantis discrimine similes aiebat esse aureo hamo piscantibus, cuius abrupti damnum nulla captura pensari posset.

Traduzione all'italiano


Mai dopo le guerre civili, sia nelle arringhe, sia nei proclami, chiamò i suoi uomini "compagni d'armi" ma sempre "soldati" e non permise né ai suoi figli né ai suoi figliastri, quando avevano il comando, di chiamarli diversamente, perché pensava che la prima formula fosse più pretenziosa di quanto richiedesse sia la disciplina militare, sia la tranquillità dei tempi, sia la dignità sua e della sua famiglia. Se si fa eccezione dei casi di incendio e di quelli in cui la carenza di approvvigionamenti fece temere l'insorgere di tumulti, due volte soltanto arruolò i liberti come soldati: la prima per proteggere le colonie vicine dell'Illirico, la seconda per sorvegliare la riva del Reno. Si trattava di schiavi che dovevano essere forniti da uomini e donne facoltosi, ma egli li fece subito affrancare e li collocò in prima linea, senza mescolarli ai soldati di origine libera e senza dar loro le stesse armi. Come ricompense militari concedeva preferibilmente le decorazioni, le collane e tutte le altre insegne d'oro e d'argento, invece delle corone obsidionali e murali dal valore puramente simbolico. Le diede sempre più raramente, senza ricerca di popolarità e spesso anche a semplici soldati. Fece dono a M. Agrippa di una bandiera azzurra dopo la sua vittoria navale in Sicilia. I comandanti che avevano riportato il trionfo, benché seguaci delle sue spedizioni e partecipi delle sue vittorie, furono i soli ai quali credette di non dover concedere queste ricompense, perché riteneva che si fossero guadagnati il diritto di sceglierle a loro piacimento. Pensava insomma che per un buon generale niente fosse meno indicato della fretta e della temerarietà. Per questo andava ripetendo frequentemente il detto: "Affrettati lentamente! Per un capo è meglio la prudenza che l'ardimento," oppure: "si fa sempre fin troppo rapidamente ciò che si fa bene." Sosteneva che non si doveva assolutamente ingaggiare una battaglia o dichiarare una guerra se la speranza di guadagno non fosse stata maggiore della possibilità di danneggiamento. Paragonava coloro che osavano molto per guadagnare assai poco a dei pescatori che si servivano di un amo d'oro, la cui perdita, se si fosse rotto il filo, non poteva essere compensata da nessuna buona pesca.