Traduzione di Paragrafo 2, Libro 12 (Domitianus) di Svetonio

Versione originale in latino


Expeditionem quoque in Galliam Germaniasque neque necessariam et dissuadentibus paternis amicis inchoavit, tantum ut fratri se et opibus et dignatione adaequaret.
Ob haec correptum, quo magis et aetatis et condicionis admoneretur, habitabat cum patre una, sellamque eius ac fratris, quotiens prodirent, lectica sequebatur ac triumphum utriusque Iudaicum equo albo comitatus est. In sex consulatibus non nisi unum ordinarium gessit, eumque cedente ac suffragante fratre. Simulavit et ipse mire modestiam, in primisque poeticae studium, tam insuentum antea sibi quam postea spretum et abiectum, recitavitque etiam publice. Nec tamen eo setius, cum Vologaesus Parthorum rex auxilia adversus Alanos ducemque alterum ex Vespasiani liberis depoposcisset, omni ope contendit ut ipse potissimus mitteretur; et quia discussa res est, alios Orientes reges ut idem postularent donis ac pollicitationibus sollicitare temptavit. Patre defuncto, diu cunctatus an duplum donativum militi offerret, numquam iactare dubitavit relictum se participem imperii, sed fraudem testamento adhibitam; neque cessavit ex eo insidias struere fratri clam palamque, quoad correptum gravi valitudine, prius quam plane efflaret animam, pro mortuo deseri iussit; defunctumque nullo praeterquam consecrationis honore dignatus, saepe etiam carpsit obliquis orationibus et edictis.

Traduzione all'italiano


Cominciò anche una spedizione in Gallia e nelle Germanie, senza nessuna necessità e nonostante i consigli contrari degli amici di suo padre, unicamente per eguagliare la potenza e la fama di suo fratello Tito.
Per questa iniziativa fu rimproverato e perché meglio si ricordasse della sua età e della sua condizione, abitava con il padre e ogni volta che Vespasiano e Tito uscivano egli seguiva in lettiga la loro vettura mentre il giorno del loro comune trionfo sui Giudei li scortò in sella ad un cavallo bianco. Per di più, uno solo, dei sei consolati che ottenne, fu regolare e lo dovette all'appoggio di suo fratello, che gli cedette il posto. Dal canto suo, simulò meravigliosamente la moderazione e, in particolare, finse per la poesia un gusto che in lui era insolito prima, e più tardi rigettò con disprezzo: arrivò perfino a leggere i suoi versi in pubblico. Tuttavia quando Vologeso, il re dei Parti, chiese l'aiuto di truppe contro gli Alani e pregò di dar loro come comandante uno dei figli di Vespasiano, ricorse ad ogni mezzo per essere inviato di preferenza; e poiché la questione fu accantonata tentò di indurre, con doni e promesse, altri re dell'Oriente a formulare altre richieste analoghe. Dopo la morte di suo padre, stette a lungo a domandarsi se era il caso di offrire ai soldati una gratifica doppia, e non esitò a gridare a gran voce che "il testamento di Vespasiano lo dichiarava socio nell'Impero, ma che era stato falsificato". Da quel momento non cessò di tramare complotti contro suo fratello, sia in segreto, sia apertamente, e quando Tito si ammalò gravemente, diede ordine di abbandonarlo, prima ancora che avesse reso l'anima, come se fosse morto. In seguito non gli accordò nessun onore, se non quello della consacrazione, e spesso lo criticò sia con le sue allusioni indirette, sia con i suoi editti.