Traduzione di Paragrafo 55, Libro 6 di Seneca

Versione originale in latino


Seneca Lucilio suo salutem
A gestatione cum maxime venio, non minus fatigatus quam si tantum ambulassem quantum sedi; labor est enim et diu ferri, ac nescio an eo maior quia contra naturam est, quae pedes dedit ut per nos ambularemus, oculos ut per nos videremus. Debilitatem nobis indixere deliciae, et quod diu noluimus posse desimus. Mihi tamen necessarium erat concutere corpus, ut, sive bilis insederat faucibus, discuteretur, sive ipse ex aliqua causa spiritus densior erat, extenuaret illum iactatio, quam profuisse mihi sensi. Ideo diutius vehi perseveravi invitante ipso litore, quod inter Cumas et Servili Vatiae villam curvatur et hinc mari, illinc lacu velut angustum iter cluditur. Erat autem a recenti tempestate spissum; fluctus enim illud, ut scis, frequens et concitatus exaequat, longior tranquillitas solvit, cum harenis, quae umore alligantur, sucus abscessit.
Ex consuetudine tamen mea circumspicere coepi an aliquid illic invenirem quod mihi posset bono esse, et derexi oculos in villam quae aliquando Vatiae fuit. In hac ille praetorius dives, nulla alia re quam otio notus, consenuit, et ob hoc unum felix habebatur. Nam quotiens aliquos amicitiae Asinii Galli, quotiens Seiani odium, deinde amor merserat - aeque enim offendisse illum quam amasse periculosum fuit -, exclamabant homines, 'o Vatia, solus scis vivere'. At ille latere sciebat, non vivere; multum autem interest utrum vita tua otiosa sit an ignava. Numquam aliter hanc villam Vatia vivo praeteribam quam ut dicerem, 'Vatia hic situs est'. Sed adeo, mi Lucili, philosophia sacrum quiddam est et venerabile ut etiam si quid illi simile est mendacio placeat. Otiosum enim hominem seductum existimat vulgus et securum et se contentum, sibi viventem, quorum nihil ulli contingere nisi sapienti potest. Ille solus scit sibi vivere; ille enim, quod est primum, scit vivere. Nam qui res et homines fugit, quem cupiditatum suarum infelicitas relegavit, qui alios feliciores videre non potuit, qui velut timidum atque iners animal metu oblituit, ille sibi non vivit, sed, quod est turpissimum, ventri, somno, libidini; non continuo sibi vivit qui nemini. Adeo tamen magna res est constantia et in proposito suo perseverantia ut habeat auctoritatem inertia quoque pertinax.
De ipsa villa nihil tibi possum certi scribere; frontem enim eius tantum novi et exposita, quae ostendit etiam transeuntibus. Speluncae sunt duae magni operis, cuivis laxo atrio pares, manu factae, quarum altera solem non recipit, altera usque in occidentem tenet. Platanona medius rivus et a mari et ab Acherusio lacu receptus euripi modo dividit, alendis piscibus, etiam si assidue exhauriatur, sufficiens. Sed illi, cum mare patet, parcitur: cum tempestas piscatoribus dedit ferias, manus ad parata porrigitur. Hoc tamen est commodissimum in villa, quod Baias trans parietem habet: incommodis illarum caret, voluptatibus fruitur. Has laudes eius ipse novi: esse illam totius anni credo; occurrit enim Favonio et illum adeo excipit ut Bais neget. Non stulte videtur elegisse hunc locum Vatia in quem otium suum pigrum iam et senile conferret.
Sed non multum ad tranquillitatem locus confert: animus est qui sibi commendet omnia. Vidi ego in villa hilari et amoena maestos, vidi in media solitudine occupatis similes. Quare non est quod existimes ideo parum bene compositum esse te quod in Campania non es. Quare autem non es? Huc usque cogitationes tuas mitte. Conversari cum amicis absentibus licet, et quidem quotiens velis, quamdiu velis. Magis hac voluptate, quae maxima est, fruimur dum absumus; praesentia enim nos delicatos facit, ct quia aliquando una loquimur, ambulamus, consedimus, cum diducti sumus nihil de iis quos modo vidimus cogitamus. Et ideo aequo animo ferre debemus absentiam, quia nemo non multum etiam praesentibus abest. Pone hic primum noctes separatas, deinde occupationes utrique diversas, deinde studia secreta, suburbanas profectiones: videbis non multum esse quod nobis peregrinatio eripiat. Amicus animo possidendus est; hic autem numquam abest; quemcumque vult cotidie videt. Itaque mecum stude, mecum cena, mecum ambula: in angusto vivebamus, si quicquam esset cogitationibus clusum. Video te, mi Lucili; cum maxime audio; adeo tecum sum ut dubitem an incipiam non epistulas sed codicellos tibi scribere. Vale.

Traduzione all'italiano


Seneca saluta il suo Lucilio.
Ritorno proprio ora dalla passeggiata in lettiga stanco come se avessi camminato tanto tempo quanto sono stato seduto: è una fatica anche l'essere trasportati a lungo e non so se è maggiore perché contro natura: la natura ci ha dato i piedi per camminare da soli, gli occhi per vedere da soli. Le mollezze ci hanno indebolito e non possiamo più fare ciò che per lungo tempo non abbiamo voluto fare. Tuttavia era per me indispensabile scuotere il corpo, sia perché si dissipasse la bile che avevo in gola, sia perché lo sballottamento normalizzasse il respiro che per qualche motivo era troppo frequente; insomma, mi è parso che mi giovasse. Ho, perciò continuato a farmi trasportare, invitato anche dalla costa, che forma una curva tra Cuma e la villa di Servilio Vazia: da una parte il mare, dall'altra il lago la chiudono a formare uno stretto passaggio. Una recente burrasca lo aveva reso compatto; come sai, le onde ripetute e violente spianano il litorale; un periodo piuttosto lungo di bel tempo, invece, lo sfalda, perché la sabbia, che viene tenuta insieme dall'acqua, perde l'umidità.
Come mia abitudine, ho cominciato a guardarmi intorno per trovare qualcosa che potesse essermi utile e ho rivolto lo sguardo alla villa che un tempo era di Vazia. Là era diventato vecchio quel ricco ex pretore, noto solo per la sua vita ritirata e solo per questo motivo ritenuto fortunato. Tutte le volte che l'amicizia per Asinio Gallo, oppure l'odio o l'amore per Seiano (era ugualmente pericoloso sia averlo offeso, sia averlo amato) faceva cadere qualcuno in disgrazia, la gente esclamava: "Vazia, tu solo sai vivere." Ma lui sapeva stare nascosto, non vivere; c'è una grande differenza tra una vita ritirata e una vita oziosa. Non passavo mai davanti a questa villa, quando era vivo, senza dire: "Qui è sepolto Vazia." Ma, mio caro Lucilio, la filosofia è talmente sacra e veneranda che se qualcosa le somiglia, la apprezziamo nonostante sia una contraffazione. Per la massa chi conduce una vita appartata è un uomo libero da impegni, sereno, soddisfatto di sé, che vive per se stesso; e, invece, tutto ciò può toccare solo al saggio. Lui solo sa vivere per se stesso, perché egli, e questa è la cosa più importante, sa vivere. Chi fugge uomini e cose, chi si isola perché deluso nelle proprie aspettative, chi non può sopportare la vista di altri più fortunati, chi si nasconde per paura, come un animale pavido e incapace di reagire, quell'uomo non vive per se stesso, ma, ed è veramente una vergogna, per mangiare, dormire e soddisfare tutti i propri piaceri. Non vive per sé chi non vive per nessuno. Tuttavia l'essere costanti e il perseverare nei propri propositi ha una forza tale che anche l'inerzia ostinata incute un certo rispetto.
Sulla villa non ti posso scrivere niente di preciso; ne conosco solo la facciata e l'esterno visibile a chiunque passi. Ci sono due grotte artificiali, opera grandiosa, ampie come un vasto atrio: sull'una non batte mai il sole, l'altra lo riceve fino al tramonto. Un ruscello, formato dall'acqua del mare e del lago Acherusio, simile a un canale, attraversa un boschetto di platani ed è sufficiente a nutrire dei pesci, anche se vi si attinge incessantemente. Quando si può andare per mare, lo si risparmia; ma se il brutto tempo costringe i pescatori a un riposo forzato, si mette mano a quella comoda riserva. La maggiore prerogativa della villa è, però l'avere Baia vicina: si godono i piaceri che essa offre, senza subirne gli svantaggi. E so che ha anche questo vantaggio: penso sia abitabile tutto l'anno; vi soffia, infatti, lo zefiro, che essa riceve togliendolo a Baia. Non fu sciocco Vazia a scegliere questa località per trascorrervi da vecchio una vita appartata e inoperosa.
Ma il luogo di residenza influisce poco sulla serenità: è l'animo che dà valore alle cose. Ho visto con i miei occhi uomini tristi in ville ridenti e amene, ho visto uomini che parevano indaffarati in piena solitudine. Perciò non devi pensare di non star bene perché non sei in Campania. E perché, poi, non ci sei? Indirizza qui i tuoi pensieri. Puoi intrattenerti con gli amici assenti ogni volta e per tutto il tempo che vuoi. Quando siamo lontani godiamo maggiormente di questo grandissimo piacere; il frequentarsi ci rende esigenti e poiché talvolta parliamo, passeggiamo, sediamo insieme, quando ci separiamo non pensiamo alle persone che abbiamo visto da poco. Dobbiamo sopportare serenamente la lontananza perché spesso si è molto distanti anche da chi ci sta vicino. Tieni conto innanzi tutto della separazione notturna, poi delle occupazioni diverse, degli studi fatti in solitudine, degli spostamenti fuori città: vedrai che i viaggi non ci tolgono molto. L'amico bisogna averlo nel cuore; il cuore non è mai lontano e ogni giorno vede chi vuole. Perciò studia con me, pranza con me, con me passeggia: vivremmo davvero un'esistenza ristretta, se i nostri pensieri avessero un limite. Ti vedo, mio caro, proprio ora ti sento; ti sono così vicino che non so se devo cominciare a scriverti una lettera o un biglietto. Stammi bene.